Mathieu van der Poel e il ciclocross che sarà

Mathieu van der Poel e il ciclocross che sarà

02/02/2026 0 Di Giovanni Battistuzzi

Prima del Mondiale di ciclocross a Hulst, Paesi Bassi, Mathieu van der Poel aveva detto a Ciro Scognamiglio della Gazzetta dello sport che, nel caso avesse vinto il suo ottavo titolo non era ancora certo di abbandonare quello sport. Perché “non ho ancora deciso. E in ogni caso, non farò la mia scelta immediatamente dopo questo Mondiale”. Aveva aggiunto che “continuo a divertirmi parecchio, però ci sta a un certo punto considerare delle alternative. Le cose hanno una fine, e io ho sempre sperato di stopparmi a un punto molto alto. Se hai questa possibilità, la decisione finale è un po’ più semplice”.

Parole che nascondevano un’idea di addio, ma che esprimevano ancora un enorme e immutato amore per quella disciplina. La prima che lo aveva eletto campione del mondo.

Domenica a Hulst, Mathieu van der Poel è diventato per l’ottava volta nella storia campione del mondo del ciclocross. Domenica a Hulst, Mathieu van der Poel ha battuto l’uomo che per decenni è stato il miglior ciclocrossista della storia: Erik de Vlaeminck, il corridore che cambiò per sempre, ben prima del campione olandese, questa disciplina.

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Foto UCI

Soprattutto gli anni Venti dei Duemila sono stati gli anni di Mathieu van der Poel. Perché se è vero che il primo Mondiale vinto dal corridore della Alpecin-PremierTech risale al 2015, è stato dal 2020 in poi che è stato il grande e, in pratica, unico dominatore della disciplina. Il 2020 è stato l’anno della svolta, del sorpasso a Wout van Aert, l’avversario di sempre con il quale si spartiva le vittorie sin da ragazzino. Perché ancora nel 2019 i due erano allo stesso livello, poi l’olandese divenne dominatore e il belga dovette iniziare a riconoscere di far sempre più fatica a batterlo.

Dal 2020 anche il ciclocross è cambiato. Quando Mathieu van der Poel era al via era uno sport, quando non c’era, questa disciplina era sempre la stessa eppure mancava di qualcosa. E quel qualcosa era quanto di meglio il ciclocross avesse prodotto, quanto meno negli ultimi vent’anni. Le corse con l’olandese al via erano diventate una lunga apoteosi di supremazia. La sua solitudine in testa cozzava sempre più con la solita caotica e imprevedibile calca umana alle sue spalle.

E in quel momento il ciclocross ha rischiato di collassare.

Il problema era semplice, riguardava i corridori e gravitava attorno a due domande.

La prima. Che senso ha partecipare a uno sport dove si campa correndo e provando a vincere quando se c’è Mathieu van der Poel si sa come va a finire?

La seconda. Che senso ha uno sport che campa grazie più al pubblico che alle tv, se la gente deve comprare un biglietto che gli dà accesso a boschi, campi e freddo, ma tanto sa già che lui è il migliore e gli altri non sono alla sua altezza?

Non sempre però le domande hanno una risposta semplice e univoca.

E dopo anni complicati, tra pandemia e dittatura ciclistica, il tracollo che doveva esserci non c’è stato. Perché i tifosi ragionano da tifosi e non da economi e a vedere il ciclocross ci sono andati comunque. Perché i giovanotti che si sono appassionati al ciclocross grazie a van der Poel hanno affiancato i vecchi amanti della specialità indipendentemente dalla presenza o meno del campione olandese.

E così il ciclocross è sopravvissuto al dominio. E sopravviverà a qualunque decisione di Mathieu van der Poel.

Quello che certamente non cambierà è la consapevolezza di aver visto un’èra strepitosa e irripetibile.