Mathieu van der Poel e l’abbandono al sentimento

Mathieu van der Poel e l’abbandono al sentimento

28/06/2021 0 Di Giovanni Battistuzzi

Non esiste il presente nelle parole degli atleti. I loro commenti sono, per forza di cose, legati al passato, per quanto vicino, oppure al futuro. Il presente è campo della dinamica e dato che quando si è in movimento l’ossigeno è sempre troppo poco, la parola si eclissa, diventa superflua. Parlano i gesti, nel caso del ciclismo gli scatti, gli allunghi, le difese. Forse è anche per questo che la nostalgia è un fattore aggregativo dello sport.

Mathieu van der Poel sul Mûr-de-Bretagne, seconda tappa del Tour de France 2021, non ha parlato, si è limitato al muto pedalare. Un muovere le pedivelle che però era un intero romanzo, un racconto generazionale e intergenerazionale, una sorta di Buddenbrook a pedali, sebbene a confronto del romanzo di Thomas Mann, in questa storia non ci sia caduta, ma solo ascesa. Quella della strada, quella del suo incedere ciondolante, veloce, violentissimo. Prima per chiudere sul tentativo ottimistico di Sonny Colbrelli, poi per seminare il gruppo e fare a patta con quello che avrebbe voluto fare il giorno prima: alzare un dito al cielo, far rivivere almeno nei suoi occhi un passato che sapeva benissimo non sarebbe più tornato.

Un muovere di pedivelle inafferrabile per tutti gli altri, che gli ha permesso la solitudine sotto lo striscione d’arrivo.

La solitudine è una dei pochi elementi di salvezza dall’imperante ritorno alla socialità, uno stato privilegiato del sentimento. Quello che permette ancora di non vergognarsi della propria fragilità. Mathieu van der Poel era solo sul traguardo, è rimasto solo anche dopo la vittoria. Solo con i suoi pensieri di uomo alle prese con la gioia e l’abbondono, con i sentimenti. Perché va così a volte. Gli obbiettivi che ognuno si prefigge devono, piaccia o meno, fare i conti con l’età. E l’età prevede inesorabilmente la possibilità della perdita.

Mathieu van der Poel ha realizzato in Bretagna il mai realizzato sogno del nonno, Raymond Poulidor. Una maglia gialla da esibire e difendere, da sfoggiare e conservare come un dono. Lo ha fatto alla prima occasione utile, ma troppo in ritardo. PouPou se ne era già andato, s’era trasformato in ricordo.

Un ricordo che è tracimato in lacrime, che ha reso impossibile qualsiasi parola. Mathieu van der Poel è stato assalito dal pianto, ha interrotto tutto per dedicarsi a un ricordo privato, privo di parole, rendendo evidente ciò che molte volte gli sportivi tentano di celare: l’essere persone come tutti gli altri alle prese con le difficoltà del crescere, del dover dire addio e non arrivederci. Nessun superomismo, almeno scesi dalla bicicletta. Perché forse l’olandese non è un superuomo, ma un supercorridore senz’altro. L’ha dimostrato nel ciclocross, lo ha dimostrato sull’asfalto, sul pavé e sullo sterrato, con ogni probabilità lo continuerà a dimostrare ancora.

“Papy oggi sarebbe fiero di me”, ha detto dopo aver vinto, in quel intermezzo tra un abbandono e l’altro. Tra la pura gioia e il gran rimpianto, tra quel sorriso enorme steso sull’asfalto dopo l’arrivo e quel pianto che avrebbe voluto farlo lontano dalle telecamere, ma a cui non è riuscito a sottrarsi durante l’intervista post tappa.

È come se ci fossero due Mathieu van der Poel. Quello in bicicletta e quello giù dalla bicicletta. In sella è impassibile, sfingeo. Sembra che nulla lo possa impensierire. Vive la dinamicità del presente in modo totale, forse totalitaria. Quello che ha nelle gambe lo trasferisce sui pedali sino all’ultimo, a volte anche oltre il limite. Forse anche per questo che quando stacca gli attacchi dai pedali si abbandona completamente, disinteressandosi completamente della forma, dell’evidenza. Si distende al suolo in cerca di aria, si raggomitola su se stesso in cerca di tranquillità. Fa così sempre, cerca il fiato per trovare le parole, quelle rivolte al passato oppure al futuro. Il presente l’hanno vissuto le sue gambe.