Le ultime pedalate di una leggenda: Nino Schurter

Le ultime pedalate di una leggenda: Nino Schurter

22/09/2025 0 Di Angelo Iannucci

Le ultime pedalate con un numero sulla schiena Nino Schurter le ha date ieri a Lenzerheide. E non poteva essere un giorno qualunque. Almeno in Svizzera, almeno per chi è appassionato di cross country. È come se una montagna, all’improvviso, decidesse di fermarsi. La folla, raccolta lungo i boschi svizzeri, ha guardato con occhi lucidi quell’uomo che per quasi vent’anni ha ridefinito il concetto stesso di cross country.

Non era soltanto l’ultima gara di un campione, ma la fine di un’epoca, la sua epoca, quella che lui aveva contribuito a creare.

Schurter ha salutato così, pedalando ancora una volta sul terreno che più di ogni altro gli apparteneva: la terra di casa, dove le radici non sono solo affettive ma quasi geologiche. Nino non è mai stato un corridore come gli altri: in lui c’era l’essenza di uno sport che si misura con la fatica e con la strategia, con l’istinto selvatico e la precisione chirurgica. Un equilibrio che, negli anni, nessuno è riuscito a interpretare meglio di lui.

Quando Schurter ha iniziato a correre, il cross country era ancora un territorio in cerca di identità. La disciplina viveva di guizzi e di talenti isolati, ma non aveva ancora trovato il suo campione universale. È stato lui a diventarlo. Dieci titoli mondiali èlite, una medaglia d’oro olimpica a Rio 2016, sette Coppe del mondo vinte e 36 vittorie: i numeri raccontano una supremazia, ma non bastano a spiegare il magnetismo che esercitava. La sua presenza in gara era una lezione di geometria: traiettorie calcolate al millimetro, discese affrontate con una calma glaciale, scatti esplosivi al momento esatto in cui il respiro degli altri si spezzava.

Nino Schurter

Schurter non ha soltanto dominato: ha insegnato. È stato il corridore che ha imposto uno standard tecnico ed estetico, trasformando il cross country da sport di nicchia a disciplina capace di sedurre il grande pubblico. Guardandolo, si capiva che la mountain bike poteva essere spettacolo televisivo, un racconto meraviglioso concentrato in qualche chilometro di terreno tracciato tra boschi, prati e rocce. E non solo. Anche laboratorio per chi le mountain bike le produceva, per chi sul cross country decideva di investire. Soprattutto, scuola per generazioni di giovani atleti.

E poi c’era la sua figura: discreta, mai sopra le righe, eppure allo stesso tempo carismatica. Un campione che si lasciava scoprire nei dettagli: il sorriso appena accennato dopo un traguardo, il modo quasi paterno di stringere la mano agli avversari, l’umiltà di chi non dimentica che ogni vittoria nasce prima di tutto dalla polvere e dal sudore. In questo, Schurter è stato l’opposto di molte star sportive contemporanee. In lui non c’era clamore, niente frasi a effetto, solo la forza tranquilla di chi sa che la sua grandezza non ha bisogno di cornici.

Nino Schurter ritiro cross country

La sua eredità, adesso, è duplice. Da una parte i record, che resteranno scolpiti per anni come una cima difficile da raggiungere. Dall’altra l’immaginario: perché quando si parlerà di cross country, inevitabilmente il pensiero andrà a lui. E al suo modo di piegarsi in curva, alla leggerezza con cui scivolava tra le radici, al sorriso timido che accoglieva ogni trionfo. Schurter non ha soltanto scritto pagine sportive: ha costruito un linguaggio, ha dato al cross country la grammatica della leggenda.

Ieri, a Lenzerheide, la gara è finita. Ma non è finito il racconto. Nino Schurter rimane lì, nell’immaginario collettivo, come l’albero maestro di una nave che continuerà a solcare mari sempre nuovi. E il suo addio non è davvero un addio: perché ogni giovane che si lancerà su un sentiero di montagna porterà con sé, senza nemmeno accorgersene, l’ombra luminosa di quel campione che ha insegnato al mondo come si pedala oltre i limiti.