La solitudine del Muur

La solitudine del Muur

23/02/2024 0 Di Giovanni Battistuzzi

C’è stato un tempo nel quale quella strada che inizia asfaltata e tranquilla e poi si trasforma nel bosco in un incubo quasi verticale di pietre che a pedalarle in bicicletta sembrano scale, e che porta a una chiesetta (una cappella di pellegrinaggio) di non grande pregio a livello artistico e architettonico, era considerata una sorta di cuore pulsante delle Fiandre tutte. Il Muur van Geraardsbergen era il muro per antonomasia – se si dice soltanto Muur si intende il Muur van Geraardsbergen – e di corse da lì ne passavano parecchie, dal Giro delle Fiandre in giù. 

È da un po’ che non va più così. 

La Ronde ha preferito tenersi lontano dal Muur: il cambio di sede di arrivo, da Ninove a Oudenaarde, l’ha tagliato fuori dal finale. Era stato tolto dal percorso, poi reinserito per richiesta popolare, infine rimosso definitivamente: s’erano accorti che non era il caso di lasciarlo lì, come un passaggio di corsa come un altro. Meritava di meglio. Meritava la centralità delle fasi finali di corsa, non certo di essere un muro tra i tanti.

La Omloop het Nieuwsblad è diventata il Muur senza nemmeno che il Muur diventasse soltanto la Omloop het Nieuwsblad. E forse non c’era corsa migliore che la Omloop het Nieuwsblad per accogliere il Muur ed eleggerlo a simbolo della corsa. Anche a costo di rendere il percorso meno vario, più prevedibile, perché è questo che l’effetto che fa un muro come il Kapelmuur: diventa invito irresistibile di risolvere tutti i conti lì.

Perché la Omloop het Nieuwsblad è nata per essere l’anti Ronde e per anni ha provato non solo a essere l’alternativa, ma a sostituirla nell’immaginario collettivo. Il direttore dell’het Volk, Jérôme Stevens, aveva investito soldi e tempo, s’era dato da fare per provare a far diventare l’Omloop la corsa delle corse in Belgio. 

E in questo lavoro lungo e minuzioso, nonché infruttuoso, aveva girato in lungo e in largo le Fiandre per trovare nuove difficoltà da inserire nella sua corsa. E nel settembre del 1949 trovò quella che era sicuro avrebbe trasformato la sua corsa nel grande appuntamento del ciclismo fiammingo. Era salito a cavallo per quell’acciottolato “di merda, doloroso alle gambe quanto una cozza avariata per la pancia”, scrisse al suo vicedirettore, e capì immediatamente che era quella la salita che stava cercando. 

Il 1950 doveva essere l’anno della rivelazione al mondo della grande scoperta. Lo fu, peccato però che qualcuno avesse fatto la soffiata a Karel van Wijnendaele, il direttore dell’het Nieuwsblad, l’arcinemico di Jérôme Stevens, è il Muur van Geraardsbergen fu inserito anche nel percorso del Giro delle Fiandre e quindi la grande scoperta dell’Omloop ebbe un’esclusiva di meno di un mese e poi venne anzi cancellata dal prestigio della Ronde e dall’assolo di Fiorenzo Magni sulle pietre fiamminghe.

L’Omloop ha ritrovato il muro che aveva scovato e che poi le è stato sottratto dal ricordo collettivo. 

Un muro, anzi il Muro, ormai solo, diventato talmente simbolo da bastare a se stesso senza nemmeno il bisogno di una gara, perché quelle pietre così ripide e così “sgangherate” da sembrare una scala sono state capaci di creare un immaginario talmente forte e diffuso da superare l’addio alla Ronde e la lontananza dalle corse senza perdere nemmeno un po’ di fascino. Hanno creato soprattutto il miracolo di trasformare una chiesupola senza nessun pregio artistico e architettonico in una cattedrale magnifica e conosciuta in tutto il mondo. 

Il Muur sopravviverebbe anche senza il ciclismo, sarebbe comunque meta di innumerevoli pellegrinaggi a pedali. Per fortuna però non deve sopravvivere senza il ciclismo, perché c’è l’Omloop het Nieuwsblad e quel suo finale di un Fiandre che fu.