L’epopea di Ottavio Bottecchia, da Caporetto al Tour de France

L’epopea di Ottavio Bottecchia, da Caporetto al Tour de France

25/06/2024 0 Di Giovanni Battistuzzi

Sono passati cento anni dalla vittoria di Ottavio Bottecchia al Tour de France, la sua prima vittoria nella Grande Boucle, primo italiano di sempre a conquistare a portare la maglia gialla a Parigi.

Ottavio Bottecchia e la sua vita a pedali è stata narrata, interpretata, raccontata in molti modi, qui su Girodiruota abbiamo deciso di usare soltanto le parole di allora, di un secolo fa.

Ma ci sono parole che meritano di essere lette, tipo quelle di Claudio Gregori contenute in un libro uscito per 66thand2nd nel 2017, “Il corno di Orlando. Vita, morte e misteri di di Ottavio Bottecchia”.


Il fronte che crolla, la fuga alla rinfusa per monti e pianure, per colline e per fiumi, mentre i nemici avanzavano, sparanti e occupanti. Caporetto, luogo carsico diventato antonomasia di disfatta; solo allora però perché ora è Kobarid, Slovenia, ancora per qualcuno Cjaurêt, dialetto friulano, per nessuno ormai Karfreit, dominio austriaco.

A Caporetto, sul fronte e nella fuga, in tanti ci lasciarono il cappello e le penne. Storia d’Italia e di guerra, Grande guerra, che sembrava persa prima che tutto si rivoltò. Prima sul Piave e poi verso Vittorio Veneto, a favor del tricolore.

Una fuga di chilometri per rientrare verso il Veneto. Per scordare il Friuli. Molti uomini sconosciuti. E sconosciuti rimasero per sempre, a meno di qualche targa in qualche paese. Gloria postuma in cambio della vita, al massimo qualche medaglia al valore, la maggior parte postuma. Tra loro fanti e alpini, artiglieri e bersaglieri. Di corsa o a cavallo di una bicicletta, se ancora non era stata abbandonata.

Biciclette che servivano per ricognizioni e trasporto. Tutte Bianchi ammortizzate decenni e decenni prima che la mountain bike diventassero rivoluzione delle due ruote a pedali, che le ruote diventassero grasse e conquistassero prima l’America e poi tutto il mondo. E biciclette che servivano a uomini qualunque e a qualche campione di prima della guerra. Come Carlo Oriani, che nelle sue zone era il “Pucia” per via di quella fame atavica che portava con sé che lo portava a pulire il piatto con il pane. Nella fuga da Caporetto trovò il Tagliamento e lì, per salvare un commilitone dalle acque fredde del fiume, si prese la polmonite e un mese dopo morì.

La Grande guerra falciò al fronte una intera generazione di campioni e gregari. Di interventisti convinti e poveri diavoli mandati al massacro

Come Lucien Georges Mazan, diventato in bici Lucien Petit-Breton per non far sapere alla famiglia di essere un ciclista, morto sulle Ardenne per una scheggia di granata incancrenitasi. Come Octave Lapize. Corridore eccezionale che dopo aver dimostrato di volare sul pavé della Parigi-Roubaix e sulle salite del Tour, volò sul fronte tedesco prima di essere abbattuto. Era il luglio del 1917. Come François Faber, ossia il gigante di Colombes, virgulto di ciclista che sembrava un treno a pedali.

Da quella distruzione si salvò qualcuno. Qualcuno poi continuò anche a pedalare alla conquista di territori non più a fucilate e baionette, ma a forza di fughe e di scatti. Ci riuscì, tra gli altri e meglio degli altri Ottavio Bottecchia. Lui che da San Martino di Colle Umberto, provincia di Treviso, passò ventitreenne per le rovine di Caporetto prima di diventare mito in Francia, sulle strade del Tour de France.

Bottecchia era partito dalla salita del Calvario: duecento metri verticali in terra battuta che saliva dalla piana di Vittorio Veneto sino alla Chiesa del paese. Poi conquistò Pirenei e Alpi in maglia gialla. Primo italiano a ricevere gli urrà e gli allez del popolo francese. L’avevano riconosciuto. La stessa miseria lasciata alle spalle, la silenziosa capacità della sofferenza. E così il suo nome cambio, trovò una nuova sonorità: Botescià.

Caporetto non è inizio di niente, forse di una rivalsa armata che fece rimanere libero un paese. Caporetto è passaggio in una vita misteriosa di una campione che parlava poco, vinceva poco, ma quando capitava lo faceva meravigliosamente, dopo assoli maestosi.

È però incipit di una storia raccontata da Claudio Gregori. È “Il corno di Orlando. Vita morte e misteri di Ottavio Bottecchia”, edito da 66thand2nd.

È dolore tramutatosi in gloria perché “la gloria nasce dal dolore. I corpi si torcono, si alzano sulla sella ciondolando in una danza grottesca e sofferta”. È ciclismo, ma può essere tutto. E così la bici diventa metafora, diventa come le armi “strumento di tortura. I volti sono deformati da smorfie. Le bocche cercano ossigeno. Si intuisce il tam-tam del cuore che scoppia”. Armi che sono fioretti e bandiere, ma che non provocano niente se non ondate di esultanza popolare. 

Il racconto di Bottecchia secondo Gregori è una piccola storia d’Italia, capace di percorrere il Ventennio che stava iniziando, trasferendosi in Francia perché come ogni buon romanzo che si rispetti porta gli eroi a conquistare territori esteri, non allori nazionali.

È un susseguirsi di corse che ormai non esistono più, scenari di periferie e di capitali dell’Italia che fu, e di gare che esistono ancora, che hanno passato un secolo a corrersi e a rincorrersi. È stato prima inseguitore e comparsa, poi, in terra di Francia, protagonista eccezionale.

Ottavio Bottecchia ha vinto due Tour de France di seguito (1924 e 1925) e nessun italiano più c’è riuscito.

Bottecchia ha percorso un quarto del Novecento si è fatto inseguire da un regime che cercava allori transnazionali senza mai farsi raggiungere, ché era il pane e non la gloria a interessare al corridore veneto.

Bottecchia correva per fame, ché la fame sapeva cos’era e quanto fosse giusto sfuggirgli. Correva per mangiare e dare alla sua famiglia e a sua moglie un’altra vita, un altro futuro. Correva perché era la cosa che gli riusciva meglio. Con la tranquillità di chi non ha niente da perdere perché niente possedeva se non un tascapane con qualche pagnotta alla partenza e un po’ di rifornimenti per i familiari al ritorno.

“Era un povero diavolo”, scrisse Bruno Roghi dopo averlo incontrato alla Milano-Sanremo del 1921. “C’era da convenirne badando al suo vestito civile, sbrindellato e liso. Portava a tracolla una bisaccia. Dentro pane e formaggio, se li era portati dal paese.

Gregori racconta una storia magnifica, di polvere, bici e fatica. Che da Caporetto passa e finisce a nemmeno cento chilometri da Caporetto, a Gemona. Con un corpo a terra e un mistero che arriva sin oggi.