Parigi-Roubaix 2024 – Quel galantuomo di Mathieu van der Poel

Parigi-Roubaix 2024 – Quel galantuomo di Mathieu van der Poel

07/04/2024 0 Di Giovanni Battistuzzi

Non c’è pietra che sia uguale a un’altra, non c’è settore in pavé che sia uguale a un altro. Lo sanno bene i corridori, sanno bene che ci sono pietre che sono più pietre di tutte le altre e settori che meglio si prestano per fare la selezione, e ben più altisonanti, tanto che a staccare tutti lì fa più fascino e prestigio rispetto che farlo altrove. Mathieu van der Poel al fascino e il prestigio però fa poco caso. Pensa, e giustamente, che sia lui stesso, soprattutto con la maglia che ha addosso, quella di campione del mondo, ad avere fascino e prestigio sufficiente per poter non fare i conti con quello delle pietre.  

E così Mathieu van der Poel ha dato al settore di pavé numero 13, quello di Orchie, il centro del proscenio della corsa, la possibilità di fregiarsi per una volta del titolo di luogo che ha deciso la Parigi-Roubaix. È stato a poco meno di sessanta chilometri dall’arrivo, proprio nell’oscuro settore di Orchie, uno dei tanti, uno di quelli di transizione tra una Foresta di Arenberg, un Mons-en-Pévèle, un Camphin-en-Pévèle e un Carrefour de l’Arbre, che la corsa ha preso la sua ultima forma, quella decisiva.

Mathieu van der Poel è un galantuomo con il pavé, ha una parola buona per ogni pietra, sa rendere omaggio a ogni settore, per questo le pietre lo proteggono dalle forature, lo tengono lontano dai pericoli. Attorno a lui in tanti forano, cadono (come Laurence Pithie nel tentativo disperato di agevolare un impossibile ritorno del capitano Stefan Küng), rimbalzano sul pavé, lui no. Lui va dritto e tranquillo consapevole che le pietre non lo tradirebbero mai, per nessuna ragione. Fregandosene pure del vento che chilometro dopo chilometro non ha mai smesso di soffiare, alzando polvere, asciugando fango, muovendosi libero in quella pianura che è Francia pur odorando di Fiandra.

Mathieu van der Poel ha vinto la Parigi-Roubaix, la Parigi-Roubaix più veloce di sempre, dopo una lunga esplorazione della solitudine del nord della Francia di una sessantina di chilometri, quasi a celebrare il suo rapporto esclusivo con il pavé: seconda vittoria in carriera (e consecutiva), prima in accoppiata con il Giro delle Fiandre. E per di più in maglia iridata. 

Un lungo viaggio solitario su pietre che lo hanno accarezzato di polvere e fango, mentre lui esplorava quella strana condizione di secchezza bagnata che unisce in un’unica soluzione tutte le forme del pavé.

Un lungo viaggio conclusosi in un velodromo tutto per sé, con uno scrosciare di applausi e allez tutti per sé, tre minuti prima di tutti gli altri (ossia Jasper Philipsen, Mads Pedersen e Nils Politt, i primi a trovare il cemento, seguiti a poca distanza da Stefan Küng), perché un velodromo tutto per sé è l’ultimo omaggio che la Parigi-Roubaix concede a chi domina le sue pietre. In un pomeriggio dove a Roubaix, una volta ancora, si è potuto vedere da dove è partito l’arcobaleno e dove è arrivato, un semicerchio nel cielo di Francia lungo sessanta chilometri, intensissimo per colori, ovviamente iridati.

Un lungo viaggio che poteva essere ancora più lungo, ancora più solitario. Ma che più lungo e più solitario non è stato perché a un certo punto Mathieu van der Poel ha messo da parte per un attimo la foga da uomo solo al comando e ha avuto l’abilità e l’acutezza di gestire tatticamente la corsa. Anche in un ciclismo che sembra non avere limiti di durata della solitudine, è un attimo passare da campione a pollo. E una cosa del genere nemmeno uno come Mathieu van der Poel se la può permettere. 

Chissà se il campione del mondo aveva un’altra Roubaix in mente. Chissà se la foratura pochi chilometri fuori dalla Foresta di Arenberg di Jasper Philipsen ha cambiato in qualche modo i suoi piani.  

Senz’altro la sua squadra, la Alpecin – Deceuninck, aveva preso per mano il gruppo sin dal mattino, sussurrando a tutti un concetto semplice, che suonava come una minaccia: noi abbiamo idee chiare, non preoccupatevi faremo in fretta. Idee talmente chiare che si sono avverate tutte: primo Mathieu van der Poel, secondo Jasper Philipsen, sesto Gianni Vermeersch (davanti a Laurence Pithie che oggi ha dimostrato che sul pavé si trova a meraviglia, solleticando così le nostre fantasie pietristiche future).  

E così visto il gran dibattere di sicurezza dei corridori dopo la caduta alla Dwars door Vlaanderen che ha eliminato tra gli altri Wout van Aert e la ben più recente al Giro dei Paesi Baschi; visto il gran dibattito sui rimedi, parecchio improvvisati, degli operatori per rendere più sicuro l’ingresso nella Foresta di Arenberg, i corridori hanno deciso di assicurarsi sicurezza da soli e per farlo hanno fatto in modo di essere in pochissimi prima della Foresta di Arenberg. Meno si è, meno rischi si corrono, hanno pensato quelli della Alpecin – Deceuninck. E così, giusto per evitare problemi, giusto per dilatare a dismisura il piacere della corsa, già al primo settore di pavé, quello che va da Troisvilles a Inchy, nemmeno a un centinaio di chilometri dal via, il concetto di gruppo aveva già perso di significato. Non c’era più un gruppo, c’erano tanti corridori in cerca di autore, ognuno alla ricerca di un posto se non nel mondo quantomeno sulle pietre. 

Mathieu van der Poel cercava il suo, quello di solitario avanguardista del pavé. L’ha trovato a Orchie, lì dove nessuno credeva possibile che qualcuno potesse trovare qualcosa. 

L’ordine d’arrivo della Parigi-Roubaix 2024

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