Arte alla Parigi-Roubaix. Quando Crupelandt apparve a Metzinger

Arte alla Parigi-Roubaix. Quando Crupelandt apparve a Metzinger

06/04/2023 0 Di Giovanni Battistuzzi

Era tutta colpa di monsieur Florie se quel 6 aprile era finito fin là, al termine della Francia, con le dita intirizzite dal vento che quasi non riusciva a tenere il lapis in mano, rimpiangendo di aver con sé solo il cappello con le tese strette invece del colbacco che lo accompagnava per tutto l’inverno. Tutta colpa di monsieur Florie. E sua che era stato a sentirlo, a convincersi che sì, quella era proprio una buona idea. Una buona idea un accidente. Doveva ascoltare monsieur Morin, non monsieur Florie. Monsieur Morin glielo aveva detto che la Parigi-Roubaix non sarebbe durata a lungo, che era una follia, che prima o poi i corridori si sarebbero stufati di correre su quelle stradine di merda piene di pietre e fango e di odore di sterco. Non è roba per la tua arte la Parigi-Roubaix, dipingi le corse nei velodromi, che sono molto più comodi e poi dove vuoi trovare uno sfondo più bello della Galerie des Machines?, gli aveva detto monsieur Morin. A Roubaix?. Doveva ascoltare lui. E invece ascoltò l’altro, monsieur Florie. Era andato a Roubaix e c’aveva un freddo bestia. E le locande puzzavano di brodo e birra rafferma. Mica roba per lui, per Jean Metzinger.

Su questo c’aveva ragione. Non era posto per lui quello. Era abituato ad altro, a meglio, parecchio meglio. Era cresciuto in una bella casa a Nantes, aveva studiato in buone scuole e quando era andato a Parigi aveva mai fatto la vita dello straccione, dell’accattone. Ce ne erano tanti così tra quelli del giro suo. Artisti, chiamavano anche loro così, anche se alcuni di loro erano più imbrattatele che artisti.

Lui no, lui non era così. Non era per lui quella vita piena di baracci zozzi e birre di pessima qualità. Preferiva i bistrot raffinati, bere del buon vino, fumare sigari italiani. Soprattutto lasciare tutto questo per andare al velodromo Buffalo la primavera e alla Galerie des Machine l’inverno. E poi ovunque girassero le biciclette. Anche lui se ne era presa una, una di quelle da corsa con il manubrio all’ingiù. Era bellissimo pedalare per Parigi, scoprire in sella posti che mai aveva visto prima, fermarsi ogni tanto, buttare giù due schizzi, vedere i colori e le forme della città cambiare, scomporsi, sovrapporsi. Le avrebbe volute dipingere, farle diventare opere d’arte. C’era mai riuscito, non come almeno avrebbe voluto.

Forse per quello era salito sino a lassù, al termine della Francia. A subire il menefreghismo del vento. Tutto per una corsa che per monsieur Florie era una bizzarria tra le più interessanti, un gesto di coraggio. Non è un gesto di coraggio lasciare Parigi per raggiungere un posto disgraziato pieno di gente che non si capisce nemmeno cosa dice? Se la rise a lungo monsieur Florie. Poi diede a Jean Metzinger le tutte le informazioni che potevano servigli: un posto dignitoso dove dormire, il miglior ristorante dove mangiare, chi l’avrebbe portato in carrozza a vedere la corsa passare senza rischiare di perdersi l’arrivo al velodromo.


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Jean Metzinger trovò tutto molto utile. L’indomani era anche calato il vento, il freddo meno pungente. Si fece condurre alle strade in pietra, trovò affascinante l’ondeggiare violento e scomposto dei corridori e delle bici alle prese con pietre che così grandi e così malmesse non le aveva mai viste nemmeno in Vandea o a risalire la Loira.

La carrozza lo riportò al velodromo di Roubaix che la corsa era a distanza di sicurezza. Con calma cercò il suo posto, si sedette al suo tavolino nella terrazza servita da camerieri, ordinò un calice di vino, tirò fuori il taccuino e il lapis. Aspettò.

Poi arrivò un boato tremendo. Un boato di giubilo. Un nome gridato da una folle enorme: Charles.

Charles Crupelandt era entrato per primo. Sei corridori a pochissimi metri da lui.

Charles Crupelandt lo conoscevano tutti, tutti quelli che almeno passavano al velodromo ogni tanto. Veniva da Wattrelos, pochi chilometri a est, ma veniva sempre in pista ad allenarsi. E per correre le riunioni. Non mancava mai alle riunioni su pista. D’altra parte era un poveraccio, lo sapevano tutti. Uno che ha iniziato a correre per mettere due cose in più sotto i denti. Uno che le corse le sapeva vincere, ma che quasi mai diceva di no a un accordo se quell’accordo gli sembrava abbastanza conveniente. La Parigi-Roubaix però era diversa, era un viaggio verso casa.

Al velodromo Charles Crupelandt entrò per primo, qualche metro davanti ai suoi sei avversari più vicini. Passò il traguardo allo stesso modo, pochi metri in più dei suoi avversari.

Fu un boato di giubilo ancora più grande del precedente.

Arte alla Parigi-Roubaix

Jean Metzinger, vedendo Charles Crupelandt entrare per primo nel velodromo e tenersi a debita distanza dagli inseguitori, vide lo spazio scomporsi e appiattirsi, il tempo dilatarsi, diventare dinamico. Il velodromo diventa una moltitudine di prospettive, di tempo simultaneo, soprattutto il primo quadro di carattere ciclistico dell’arte moderna, una testimonianza della nuova passione della cultura popolare francese: il ciclismo.

Sul taccuino disegnò rapidamente qualcosa, poi nel foglio accanto annotò con grafia elegante qualcosa, poche frasi appena.

Finì il vino e se ne andò.

Gli ci vollero alcuni mesi per trovare il giusto disegno, i giusti colori per dare arte alla Parigi-Roubaix.

Gli trovò su di una tela di 130,4 centimetri per 97,1. Lo chiamò Au velodrome o forse Le cycliste, uno o l’altro andava bene. Ci pensò Peggy Guggenheim a chiamarlo At the Cycle-Race Track quando lo acquistò nel 1945.

Il quadro è esposto a Venezia nella Peggy Guggenheim Collection a Dorsoduro.