Cos’è e come funziona il passaporto biologico

Cos’è e come funziona il passaporto biologico

08/02/2024 0 Di Giovanni Battistuzzi

La storia del doping è antica quanto la bicicletta, anzi quanto lo sport. Già Esiodo nella “Teogonia” sosteneva che Ecate, la dea della magia, è la dea che concede la vittoria agli atleti. Qualcosa che risultò evidente nel corso della CIV olimpiade (nel 364 a.C.) quando Pausania il Periegeta riportò che un atleta nella prova di dolico (una gara di corsa con una lunghezza variabile tra i 7 e i 24 volte giri dello stadio) improvvisamente collassò al suolo in preda a convulsioni a causa delle erbe magiche che inghiottì per non sentire la fatica. 

Verso la metà degli anni Ottanta dell’Ottocento le farmacie iniziarono a vendere l’Elixir de vitesse, che altro non era che una tintura alcolica di stricnina, e nel 1892 apparve il Vélo Guignolet, un “ricostituente” da prendere “durante lo sforzo fisico per intensificarlo” a base di cocaina e caffeina. Il più ricercato però era il “segreto” che il migliore allenatore di corse campestri e in bicicletta dell’epoca, James Edward Warburton, aveva importato dall’America: ossia una tintura alcolica a base di nitroglicerina, cocaina e fosfato trimetile. 

Era il 1924 quando i fratelli Péllissier, forse i ciclisti più noti e importanti dell’epoca, dissero al giornalista Albert Londres (che “trasformò” il suo reportage sul Tour de France per Le Petit Parisien in un libro: “Tour de France, tour de souffrance”) che “voi non avete idea di cos’è il Tour de France, è un calvario. Volete vedere come andiamo avanti? … ecco, questa è cocaina per gli occhi, questo è cloroformio per le gengive … questa è pomata per riscaldarmi le ginocchia. E le pillole? Volete vedere anche le pillole? A voi, signori! Eccole qui! – ne tirano fuori tre scatole a testa – Per farla breve, andiamo avanti a colpi di ‘bombe’”. 

Era semplice il doping un tempo. Eccitanti mischiati a caffeina, un po’ di anfetamine. La botta evitava di percepire la fatica, poi arrivava il down e la crisi. I più bravi erano quelli a calcolare bene quando prendere la cosiddetta “bomba”, o a prenderne un po’ meno degli altri così da evitare i crolli (qui si racconta di quando da un baule in un soffitta uscì fuori la ricetta segreta della “bomba”, o meglio di una “bomba” perché ognuno aveva la sua o quantomeno la sua scuola). 

Divenne complesso dopo la metà degli anni Ottanta. Nuove sostanze e ben più performanti, anzi trasformanti, tipo Epo, ormone della crescita ecc., che evitavano il problema delle crisi e aumentavano a dismisura i cavalli nelle gambe. 

Per oltre un decennio si pensò che la lotta al doping fosse impossibile. E forse è impossibile davvero. Poi arrivò il passaporto biologico e l’impossibile diventò possibile. O quantomeno se non proprio vinta la lotta al doping non è più così impari come sembrava un tempo. 

Ma cos’è il passaporto biologico? 

Il passaporto biologico è un documento elettronico che contiene la “storia” fisiologica di un atleta: in esso vengono raccolti i risultati di tutti i test antidoping, sia del sangue che delle urine, di ciascun corridore per un certo lasso di tempo. 

È stato introdotto nel gennaio del 2008 ed è finanziato dalle squadre, dall’Union Cycliste Internationale, dalla World anti-doping agency (Wada), dagli organizzatori delle gare e indirettamente dai corridori che contribuiscono ai costi del sistema con una tassa su tutti i premi in denaro vinti. È gestito dall’International Testing Agency (Ita), un’agenzia antidoping indipendente che lavora per l’Uci e per altre istituzioni sportive, e dall’Athlete passport management unit (Apmu). 

Come funziona il passaporto biologico 

Il passaporto biologico registra tutti i valori dei test antidoping (sangue e urine) a cui un atleta si sottopone (quindi sia in corsa che nei periodi di stacco tra una gara e l’altra). Traccia tutti i dati ematici e steroidei e stabilisce un intervallo entro il quale devono stare i valori di un atleta (i valori non sono mai fissi, ma possono cambiare per un numero enorme di fattori – dallo stress a cosa si è mangiato, ecc. – anche non legati a pratiche vietate), calcolato da un software che utilizza algoritmi logici e probabilistici capaci di rilevare le anomalie. 

Quando il software rileva un’anomalia questa non è sinonimo di utilizzo di sostanze o pratiche vietate, ma solo un discostamento dal cosiddetto “intervallo di normalità”, ossia dai valori che mediamente un atleta ha avuto nel corso degli anni. 

Ogni anomalia viene esaminata da un team di esperti che deve decidere come procedere. Le possibilità sono quattro: o (1) non fare nulla perché si ritiene che l’anomalia sia “naturale” o talmente minima da risultare trascurabile; o (2) chiedere un approfondimento: l’atleta viene segnalato e si attiva un protocollo che porterà a test mirati e approfonditi; o (3) avviare una richiesta di indagine medica qualora le anomalie riscontrate sembrano poter essere legate a disfunzioni di qualche organo (e quindi l’atleta potrebbe essere malato); oppure (4) segnalare un sospetto alla Wada che dà il via all’Ampu per avviare il cosiddetto approfondimento d’urgenza: un dossier contenente tutti i dati fisiologici e una serie di altre informazioni come la catena di custodia dei campioni prelevati, se l’atleta era in quota ecc, nuovi test mirati. L’atleta inoltre dovrà presentarsi a un colloquio per spiegare le anomalie.  

L’Ampu ha inoltre la facoltà di chiedere una sospensione temporanea dall’attività ciclistica per “anomalie inspiegabili nel passaporto biologico”. 

Pregi e i difetti del passaporto biologico 

Il passaporto biologico non è infallibile, ma è il metodo meno fallibile progettato in materia di antidoping. Il grande vantaggio che ha è che tenendo traccia di tutti i valori di un atleta per tutta la carriera (dal primo controllo in poi) può intervenire sia nel presente che nel passato in quanto, l’aggiornamento dei software, della lista delle sostanze proibite e le nuove scoperte scientifiche possono determinare delle anomalie nel passato che all’epoca di quei controlli non potevano essere rilevate. 

È però un processo lungo e complesso e possono volerci diversi mesi per approfondire un eventuale sospetto 

Anche perché, e questa è una fortuna, dopo i tanti casi di carriere rovinate per casi di doping non del tutto chiari, il passaporto biologico è una forma di garanzia anche per l’atleta in quanto riduce la discrezionalità delle varie agenzie antidoping, oltre a garantire un’approfondimento ulteriore ai casi di falsi positivi o falsi negativi. Ciò che ancora non è riuscito a fare è ridimensionare la cultura del sospetto e la caccia alle streghe: l’ultima vittima è stata Jonas Vingegaard.

P.s. Le positività a sostanze proibite (per esempio l’Epo) vengono rilevate direttamente dai controlli antidoping. Il passaporto biologico è qualcosa in più.