Paul Magnier va veloce

Paul Magnier va veloce

05/02/2025 0 Di Giovanni Battistuzzi

Ha la faccia da ragazzino, lo sguardo perennemente sorpreso e il fare entusiasta per qualsiasi cosa che ha che fare con la bicicletta. E il sorriso di chi è contento di fare ciò che voleva fare più di ogni altra cosa. Ha il fare del corridore della domenica, di chi aspetta tutta una settimana per qualche ora di pedalate per colline e campagne. Paul Magnier però pedala ogni giorno, lo fa per professione con addosso la maglia della Soudal Quick-Step.

Va veloce Paul Magnier, quasi non potesse fare altro. Va veloce perché la sua enorme passione per la bicicletta va ancora più veloce di lui e lui sa di non potersi far staccare. Perché lui piuttosto di farsi staccare si fa saltare in aria.

Va veloce, velocissimo. Prima corsa in carriera tra i professionisti, il Trofeo Ses Salines Felanitx (Maiorca, Spagna), prima vittoria. Era il 25 gennaio del 2024, aveva diciannove anni. Alle sue spalle Alberto Dainese – due tappe vinte al Giro d’Italia e una alla Vuelta – , il compagno di squadra Luke Lamperti, Marijn van den Berg – due successi di tappa in gare WorldTour –, Luca Colnaghi, Davide Cimolai e pure quello che secondo i più è considerato il futuro dominatore delle volate: Tim Torn Teutenberg.

È andata così pure quest’anno, seconda stagione tra i professionisti. Primo giorno di corsa, prima tappa dell’Etoile de Bessèges – Tour du Gard, prima vittoria. Sullo strappo che porta in cima alla collina di Bellegarde si è tenuto tutti alle spalle. Anche questa volta dietro di lui c’è finita gente tosta: Jordi Meeus – nove vittorie in carriera, tra queste una al Tour de France, quella di Parigi –, Marijn van den Berg, Maxim Van Gils.

Dicono lui, Paul Magnier, che sia un velocista. Lui non ci bada. Sorride e accenna che sì è così, che insomma lui le volate le fa, a volte le vince pure, che non c’ha problemi con gli sprint siano essi di gruppone o gruppetto.

Fosse per lui però non si definirebbe. Direbbe soltanto che è un corridore, uno a cui piace correre. Soprattutto uno a cui piace vincere. E se per vincere serve sprintare va bene pure sprintare.

Di lui Wilfried Peeters, direttore sportivo della Soudal Quick-Step, ha detto (all’Equipe): “È un competitivo, è un ragazzo che non si limita a salire in bici ma vuole vincere le gare e questo mi piace. Supera gli strappi, è veloce in volata, potrebbe essere il nuovo Tom Boonen”. Non uno qualsiasi.

Lui continua a dire che “sto ancora imparando un sacco di cose”, che sì sente e legge quello che si dice sul suo conto, “ma parlare è più semplice di pedalare” e lui preferisce pedalare. Ovunque. Su ogni superficie, con qualsiasi bicicletta. Anche se “ora mi consigliano di focalizzarmi su quella da corsa”. Farebbe anche altro se potesse. Che lui è uno che il pedalare lo considera alla maniera di Mathieu van der Poel e Tom Pidcock. I ventenni di oggi il ciclismo lo così, chiedete a Albert Withen Philipsen, un altro di cui sentiremo parlare.

Ha corso a lungo in mountain bike, Paul Magnier. Lo farebbe ancora, ma chi gli paga lo stipendio non è molto d’accordo e quindi amen. Tocca sopportare, fare piccoli sacrifici.

Dall’ammiraglia gli hanno detto di fare le volate. E lui ci si è messo d’impegno. Le ha fatte e le ha vinte. Sogna altro però. Sogna tutto. A partire dalla Strade Bianche, corsa nel 2024: una caduta lo ha però costretto al ritiro. E poi il Nord, le pietre. Un anno fa ha corso Bredene Koksijde Classic e Dwars door Vlaanderen. Quest’anno inizierà con la Omloop Nieuwsblad, assaggerà le classiche monumento alla Milano-Sanremo, spera nel Fiandre, “ma servirà dimostrare di meritarselo, perché certe corse uno se le deve meritare”.

E poi chissà, magari un giorno provare pure a unire Fiandre e Vallonia, renderle un racconto unico. Difficile. Lui non si dà limiti, anche perché non ci pensa. Attende le corse, le pedala, fa il meglio possibile. Solo che il suo meglio possibile è tanta roba.

“Difficile dire dove va meno forte”, raccontò Patrick Lefevere a metà della scorsa stagione. Andrebbe d’accordo con Wout van Aert. Anche se sulle lunghe salite ha ancora molto da imparare, moltissimo da imparare. Ancora le soffre, cambia troppo, non prende il ritmo. Altrove però il ritmo lo trova, eccome se lo trova.