Per una zuffa il Tour de France perse la prima cronometro

Per una zuffa il Tour de France perse la prima cronometro

05/07/2024 0 Di Giovanni Battistuzzi

La metà di agosto era già passata da un pezzetto. Marsiglia si stava appena risvegliando dal torpore del primo pomeriggio, ai bar iniziavano a giungere corpi sudati in uno sventolio di ventagli per il primo pastis. Era un caldo fine pomeriggio di fine d’estate, ancor più calda per via del Maestrale che soffiava cattivo da ore. Solo a Marsiglia il Maestrale porta un caldo afoso e insopportabile.

Al velodromo iniziavano ad arrivare le prime persone. La riunione su pista, la regina delle riunioni su pista sarebbe iniziata alle diciannove e trenta in punto e si sarebbe corsa su sei prove.

Mancava meno di mezz’ora quando si sentirono delle urla. Henri Pélissier e Marcel Bidot furono i primi a raggiungere quelle due figure che rabbiose avevano iniziato a malmenarsi. Poi arrivano altri: corridori, giornalisti, personale del velodromo.

Henri Pélissier e Marcel Bidot avevano preso per le spalle un uomo corpulento, vestito elegante ma senza fare il dandy, col cravattino in seta e i pantaloni alla zuava. Georges Ronsse e André Leducq invece trattenevano Henri Desgrange, il patron del Tour de France, colui che da alcuni anni organizzava anche la riunione su pista degli Assi. I due continuarono a insultarsi per diversi minuti, poi Victor Goddet, uno dei più importanti e rispettati giornalisti dell’Auto nonché padre del futuro patron della Grande Boucle Jacques, riuscì a portare la calma.

Pochi giorni dopo, tornati a Parigi, Marcel Bidot rassegnò le dimissioni e se ne andò dal quotidiano diretto da Henri Desgrange. Si narra che lasciando la redazione disse un “ricordati questo momento perché è l’inizio della tua fine, razza di una testa vuota”.

Gaston Bénac aveva all’epoca i baffi alla Poirot, ma non era belga, portava il cravattino fuori dalla giacca, ma non per fare il dandy, borbottava spesso, ma non per lamentarsi, e ce l’aveva da un po’ con Henri Desgrange. Un po’ perché non gli dava abbastanza spazio sulle pagine del ciclismo con la scusa che era il miglior narratore di rugby in Francia. Un po’ per vecchie ruggini che nessuno aveva mai saputo quando erano sorte. Certo è che Gaston Bénac sosteneva che Henri Desgrange avesse un’idea di ciclismo troppo all’antica. Certo è che Henri Desgrange sosteneva che Gaston Bénac fosse uno sbruffone. Probabilmente avevano entrambi ragione.

Gaston Bénac girovagò per due tre redazioni. Poi accettò nei primi mesi del 1931 la chiamata da parte di Pierre Lazareff al Paris Soir a capo delle pagine sportive.

Gaston Bénac aveva tante idee e tutte chiare. Sosteneva che lo sport dovesse essere raccontato e non descritto e che ci volevano cose nuove. Henri Desgrange non gli aveva mai dato retta, Pierre Lazareff gli diede carta bianca.

Pochi mesi dopo in un bistrot di Parigi, mentre era al tavolo con l’amico di bevute Albert Baker d’Isy, giornalista de L’Écho des sports, gli venne l’idea che per compiacere i tifosi, i corridori avrebbero dovuto correre da soli, uno alla volta, contro se stessi e soprattutto contro il tempo. Proprio come accadeva nel chilometro in pista. E per Gaston Bénac non c’era nulla di meglio che il ciclismo nei velodromi.

Albert Baker d’Isy trovò la proposta intrigante. Smussò le follie che Gaston Bénac c’aveva messo in mezzo a suo modo, e decise che era il caso di parlarne con l’allora presidente dell’Union cycliste internationale, Léon Breton. L’idea piacque a tal punto che pochi mesi dopo il Campionato del mondo venne assegnato con una prova del genere. Vinse Learco Guerra che coprì i 170 chilometri a cronometro in 4 ore 53 minuti e 43 secondi, alla media di 34,727 km/h.

Fu un successo enorme. Léon Breton era entusiasta, ma non cacciò i franchi che aveva promesso loro.

Gaston Bénac e Albert Baker d’Isy, parecchio arrabbiati, decisero di mettersi in proprio e organizzare “il più grande evento di corridori ciclisti soli contro il ticchettare dell’orologio”: le Grand Prix des Nations, prima edizione il 18 settembre 1932. Vinse Maurizio Archambaud, il successo di pubblico fu incredibile.

Henri Desgrange considerò tutto quello “porcheria”.

Di diverso avviso fu Maurizio Toccagnini, giornalista a tempo perso, soprattutto viveur, rampollo, amante dei lunghi viaggi in bicicletta. E amico del direttore della Gazzetta dello sport Emilio Colombo. Così quando nel novembre del 1932 si incontrarono a Milano gliene parlò a lungo, declamandone la bellezza del vedere questi uomini correre uno a uno, soli, contro gli altri e contro il tempo. Colombo ne discusse con Cougnet e quest’ultimo ne rimase entusiasta: “Così freghiamo i francesi”. Detto fatto. Quando iniziò a disegnare il percorso per il 1933 programmò per il 23 maggio i 62 chilometri per raggiungere Ferrara da Bologna. La prima cronometro della storia del Giro d’Italia, la prima cronometro della storia in una corsa a tappe

Henri Desgrange, dopo il successo di gente del Giro d’Italia cambiò idea. Il 27 luglio 1934, anche il Tour de France inserì una cronometro nel percorso: La Roche-surYon–Nantes, 90 chilometri.