Il piano di Draghi per la mobilità è una presa in giro

Il piano di Draghi per la mobilità è una presa in giro

27/04/2021 2 Di Giovanni Battistuzzi

L’Italia ha un problema con le biciclette. E se non l’Italia quanto meno chi questo paese lo guida. Il governo guidato da Mario Draghi o non ha la minima idea di quello che scrive a proposito di mobilità “sostenibile” nel Piano nazionale di Ripresa e Resilienza, oppure predica bene e razzola male.

C’è scritto nel PNRR:

Il numero di ciclisti è in costante crescita dal 2013 (con crescita di oltre il 40% nel 2018) e, oltre alla diffusione di un mezzo di trasporto non inquinante rappresenta una fonte di indotto economico dal valore di 7,6 € Mld ogni anno. A causa dell’emergenza Covid-19, si prevede una crescita ancora più pronunciata del settore, con numero di ciclisti nel 2020 aumentato del 20% rispetto al 2019.

che sembra una cosa straordinaria. Qualcosa che ti fa sbarrare gli occhi e ti fa dire: “Vuoi vedere che questa volta è quella buona per iniziare avvicinarci un po’ agli standard minimi europei, dove se pedali non sei sempre un nemico da abbattere?”. Una cosa che ti sale la libido solo al pensiero.

E allora preso da sto benessere nel quale immagini un’Italia migliore continui a leggere:

L’intervento si pone l’obiettivo di facilitare e promuovere ulteriormente la crescita del settore tramite realizzazione e manutenzione di reti ciclabili in ambito urbano, metropolitano, regionale e nazionale, sia con scopi turistici o ricreativi, sia per favorire gli spostamenti quotidiani e l’intermodalità, garantendo la sicurezza. La misura ha anche l’obiettivo di migliorare la coesione sociale a livello nazionale, con il 50% delle risorse destinate alla Regioni del Sud.

E ti viene da dire che sì, hanno fatto sul serio, che questa volta è una bomba.

Una bomba che ti esplode in mano alle due righe successive:

Nello specifico, la misura prevede la realizzazione di circa 570 km di piste ciclabili urbane e metropolitane e di circa 1.250 km di piste ciclabili turistiche.

Ventisei parole che fanno capire benissimo che nulla cambierà davvero, che anche questa volta saranno “magnifiche sorti e progressive” e tanti saluti. L’evidenza, l’ennesima, che la mobilità nei palazzi romani è pressoché solamente fatto di lamiera e di motori, ma elettrici o a idrogeno così la coscienza ambientalista è a posto e possiamo far finta ancora per un po’ che tutto andrà a posto.

Cinquecentosettanta chilometri di piste ciclabili urbane sono una presa in giro. Il contentino messo nero su bianco dato a qualche rompicoglioni che aveva sollevato il tema.

Per comprendere tutto ciò basta oltrepassare le Alpi e salire a Parigi. Lì la sindaca Anne Hidalgo, che sul tema della mobilità ci sta investendo davvero, già nel corso del lockdown della scorsa primavera aveva dato il via a un piano per l’incremento della ciclabilità in città che prevedeva la realizzazione di 650 chilometri di corsie e piste ciclabili. Moltissime sono state già realizzate, altre sono in via di conclusione. Quando si è accorta che poteva fare meglio, che alcune zone non erano collegate a sufficienza, ha deciso di aggiungerne altri 50 per completare la fase 2 del programma (alla fase 3 ci stanno già lavorando). Oltre a tutto questo Anne Hidalgo ha deciso di puntare su di un massiccio incremento delle zone pedonali e a bassissimo flusso veicolare (strade che possono essere usati solo dai residenti con posto auto)

La fase 1 era iniziata nel 2015 e da allora al novembre 2020 il comune di Parigi ha investito 150 milioni di euro con l’unico scopo di diventare una “capitale mondiale del ciclismo”. Ossia del “futuro, perché è evidente che le macchine saranno un ricordo, almeno per i centri cittadini”. Interventi che hanno abbassato la spesa sanitaria legata agli incidenti sulla strada del 13,4 per cento. (il dato è del 2019 e non tiene conto del successivo -38 per cento legato però al lockdown).

Non bastasse questo, sempre su imput della sindaca di Parigi, è stata terminata anche la pista ciclabile “turistica” di 420 chilometri che collega la capitale alla costa della Normandia, “La Seine à Vélo“, un percorso ciclabile che segue la Senna e arriva al mare.

Spingendoci più a ovest Lisbona ha dato il via a un progetto di costruzione di 120 chilometri di rete ciclabile urbana, mentre il governo portoghese vorrebbe dotarsi di nuovi 3.000 chilometri di percorsi ciclabili.

Berlino durante la pandemia ha realizzato una trentina di chilometri di bike line (che si aggiungono agli oltre 600 chilometri già esistenti, sta per approvare la realizzazione di altri trenta e c’è chi sta raccogliendo le firme per un referendum che pedonalizzi 88 chilometri quadrati di città.

Monaco di Baviera ha aggiunto altri venti chilometri di corsie ciclabili che si sommano ai 1.200 (oltre il 50% della lunghezza totale della rete viaria cittadina) già esistenti. L’amministrazione cittadina però ha deciso di investire quasi cinquanta milioni di euro per la sistemazione e l’allargamento di quelle esistenti. Inoltre l’amministrazione cittadina ha deciso di intervenire aumentando di un terzo le zone 30 e di un quarto le zone totalmente pedonali.

In totale il governo Draghi ha investito sulla mobilità che chiama “sostenibile” 600 milioni di euro.

Il problema però non sono soltanto i soldi stanziati, la vera mancanza è altrove. Nel governo non c’è traccia di un’idea precisa di riforma del nostro modo di muoverci. Non è stato affrontato minimamente il tema delle pedonalizzazioni (tematica ampiamente dibattuta in Francia, Spagna, Germania), della riduzione delle automobili in città, della sicurezza stradale. Ci sono sindaci che blaterano ancora di casco obbligatorio mentre nulla cambia sulle nostre strade. Al governo parlano di chilometri di piste ciclabili, comunque pochi, mentre si potrebbe intervenire a costo quasi zero aumentando le zone 30, le zone 20 e quelle dove le auto sono vietate. Il PNRR, almeno per quanto riguarda la mobilità è un’occasione che sembra essere già persa.


Qui trovate il testo integrale del PNRR