Quel professore in bicicletta di Potenza

Quel professore in bicicletta di Potenza

12/05/2026 0 Di Giovanni Battistuzzi

Fuga dal Giro d’Italia 2026. La storia del professor Pascarelli e delle sue pedalate tra Tito e Potenza nel segno del comunismo

Quello che i ragazzi del liceo classico di Potenza chiamavano professor Pascarelli, al paese lo chiamavano semplicemente compagno Rocco. Rocco Pascarelli era comunista da ben prima che nascesse perché i suoi genitori erano comunisti. I suoi nonni erano comunisti – anche se prima erano socialisti, ma solo perché il comunismo ancora non c’era, altrimenti sarebbero stati comunisti -, eccezion fatta per donna Aurelia, la mamma di suo padre, che del socialismo e del comunismo non aveva mai voluto sapere. Aveva sempre preferito, nell’ordine, il Papa, il prete, il re al comunismo.

Il compagno Rocco era nato a Tito, vicino a Potenza. Quando Tito era salito al potere in Jugoslavia, lui lo prese come un segno della storia. La certificazione che il suo essere comunista era stata la scelta giusta.

Il compagno Rocco aveva studiato con profitto. Si era laureato a Napoli in Lettere, grazie ai soldi che gli aveva dato don Antonio, il fratello di nonna Aurelia. Don Antonio don lo era davvero visto che era prete, ma i soldi non hanno colore politico e suo padre, visto che il giovane Rocco voleva studiare e che di soldi in casa non ce ne erano, dovette, suo malgrado ma nemmeno troppo, accettare.

Don Antonio e donna Aurelia avevano sperato che il giovane Rocco andando a Napoli coi soldi dello zio prete potesse redimersi dal suo credo comunista. Rimasero delusi quando tornò con la tessera del Pci e la voglia di spendersi per il Partito. Lo perdonarono solo perché non aveva mai dato segni di anticlericalismo, anzi di qualche prete apprezzava lo spirito sociale. Certo, il giovane Rocco si era anche convinto che il cattolicesimo altro non fosse che un socialismo ante litteram e imperfetto, ma i nipoti so’ pezzi ‘e core e si fecero una ragione pure di questo.

Il compagno Rocco era un comunista sulle sue. Per questo non fece mai carriera all’interno del Partito. Era contrario al Progresso comunista, sosteneva il leniniano meglio meno ma meglio, e sosteneva che l’uomo doveva non doveva essere schiavo della tecnica. Per questo non aveva mai comprato un televisore, un frigo e una automobile. A prendere un frigorifero lo obbligò la moglie, moglie civile ovviamente. Ad acquistare un’automobile e un televisore però la donna non ci riuscì.

Il compagno Rocco diventava il professor Pascarelli solo a Potenza.

Tra casa sua e il liceo classico dove insegnava c’erano 21 chilometri e 400 metri di dislivello ad andare e 21 chilometri e 210 metri di dislivello a tornare. E lui quei 21 chilometri, che ci fosse il sole o la pioggia, li pedalava. Attorcigliava la cravatta attorno al tubo sella, riponeva giacca, camicia e pantaloni buoni nelle sacche – che aveva ideato e cucito – attaccate al portapacchi posteriori e partiva. Quarantadue chilometri al giorno, duecentocinque a settimana, ottocentoventi al mese per nove mesi.

Il professor Pascarelli arrivava alla scuola e a casa tutto sudato. Andava in bagno, si toglieva la sua maglia in lana della Bartali che gli aveva dato Don Antonio che era amico di don Geremia che era amico di padre Aristide (Pirovano, nda) che era amico di Gino Bartali, si lavava, si spruzzava il suo profumo alla lavanda che sembrava un profumatore di cassetti, metteva camicia, cravatta e giacca e andava in classe.

I ragazzi lo chiamavano professor Pascarelli solo in aula, per tutti fuori dall’aula, era soltanto il prof Bartali, poi il prof Gimondi, infine il prof Moser.

Al professor Pascarelli o al compagno Rocco, chissà, diedero una medaglia al valore civile perché il 24 novembre del 1980, avvisò il liceo che non sarebbe andato al lavoro, prese la bicicletta, si fece 25 chilometri e 500 metri di dislivello e si recò a Balvano, la città più colpita dal terremoto dell’Irpinia in provincia di Potenza. Lì si mise a disposizione. Scavò per ore a mani nude, estrasse da sotto le macerie due bambini, uno di pochi mesi, l’altro di pochi anni. Quello più piccolo, rimasto orfano, lo adottò. Lo racconta a Girodiruota: “Non era mio padre, gli ho voluto bene come un padre, lui e Adriana (sua moglie, nda) non mi hanno generato, ma mi ha dato la vita”.


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