Quando Rigoberto Uran vinse per la prima volta al Giro d’Italia
05/11/2024Era la decima tappa del Giro d’Italia 2013, la Cordenons – Altopiano del Montasio. Quel giorno primo sotto lo striscione d’arrivo fu Rigoberto Uran (che si è ritirato oggi)
Oggi Rigoberto Uran si è ritirato dal ciclismo. La prima volta che lo vidi fu nel 2010 sul Monte Terminillo. Qui invece è il racconto della sua vittoria all’Altopiano del Montasio durante il Giro d’Italia 2013. Quello che leggerete è un’estratto dal mio primo libro, “Girodiruota. Viaggio in bicicletta, tappa dopo tappa, alla ricerca del Giro d’italia”, il reportage a pedali che feci, pedalando, sul Giro d’Italia 2013 (lo potete acquistare qui, ad ogni libro ordinato riceverò una piccola quota che sarà reinvestita per permettere a questo sito di continuare a rimanere online).
E venne il giorno della salita. Per i pro, quella che porta ai 1.519 metri dell’Altopiano del Montasio, primo arrivo in salita, per Girodiruota quella che mi porterà sino ad Arcidosso, ai piedi della vetta dell’Amiata. Alpi per loro, Appennini per me. In ogni caso salita.
La bicicletta è stata creata per agevolare gli spostamenti, per permettere di abbreviare le distanze tra due punti, non in termini di distanza, ma di tempo. È ideale per la pianura, perfetta per la discesa, fatica immane in salita.Quando la strada sale, il cuore corre, galoppa, il mondo rallenta, il fiato si accorcia, i muscoli si infiammano, proprio come la passione della gente.
Quando la strada sale il ciclismo diventa epica, epopea, mito e leggenda. Quando la strada sale la bici diventa dipinto, spettacolo, superamento di sé, sfida, ma non contro il cronometro, contro se stessi.
Il rapporto che c’è tra salita e ciclisti oltrepassa la logica per tramutarsi in fede. Di fronte alla salita i ragionamenti su cosa sia giusto o sbagliato fare si appannano, perdono di significato. Ciò che rimane è unicamente il desiderio, “perché è giusto così”, non chiedersi il perché. Non ragionamento, ma azione. Il bello del ciclismo è la possibilità di condividere con i propri miti lo stesso scenario, le stesse sensazioni, la stessa fatica. Perché il ciclismo è popolare per questo: permette a tutti, o almeno a chi vuole, di muoversi sugli stessi palcoscenici senza biglietto, qualsiasi giorno dell’anno. Serve una bicicletta, la voglia, la passione, basta avere un po’ di gamba per salire. Il resto è salita, pedalate, fatica, gioia.
Tra Montemerano e Saturnia l’odore di zolfo si perde nell’aria delle verdi colline dell’alta Maremma che da lì a poco inizieranno a confondersi nelle alture che portano alle pendici dell’Amiata. Le strade sono un mangiaebevi continuo contornato di ulivi, qualche filare e distese di grano ed erba.
Strada provinciale 10 sino al bivio con la provinciale 155. Da una parte si va a Semproniano, dall’altra si continua verso Catabbio prima di svoltare verso Semproniano. Sono 5 km in più. Perché allungare? D’altra parte da un punto A a un punto B la via più veloce è sempre quella diretta, quella che non passa per C. Meno strada, meno tempo in sella. Il discorso è semplice, non ci sono obiezioni. Ma in questo caso si dimostra errato. Mai scelta fu più sbagliata.
La 155 Fabbianello non è una strada, è un massacro. Un insulto al buon senso. Ai meno 4 dal paese l’asfalto si inerpica, si fa verticale. Pendenze che sono lame che incidono i polpacci e i quadricipiti. Si fa fatica a respirare e il sole picchia in testa, rende tutto più difficile. Le ruote sembrano incollate all’asfalto, salire è un martirio. La velocità non è pervenuta. Ma non è lode alla lentezza. Qui non c’è scelta. Piede a terra e su a trascinare, come un mulo, la bici. Non c’è alternativa. Capire i propri limiti è un insegnamento della strada e quando decido di scendere di sella i miei li ho già superati da parecchio, lo dicono le gambe che non girano più, lo dice il cuore che batte all’impazzata, lo dice il respiro che cerca disperatamente ossigeno, lo dice la testa che si fa leggera per l’apnea, lo dice il buon senso: o così o il collasso.
Non sono un eroe, non ho ambizioni di esserlo e di cercare il martirio.
Eppure ero stato avvisato. Senz’acqua, mi fermo a una delle due case che trovo alle prime rampe. Una vecchina mi guarda, poi prende le mie borracce e le riempie. “Non so se tu sei tutto matto o tutto coraggio”, mi fa sorridendo.
“Su questa strada si fa fatica a mettere la seconda”. Me ne accorgo alla prima curva dopo la casa.
Ci metto un’ora ad arrivare in paese. Certo mi sono seduto a rifiatare, ho mangiato un frutto per avere zuccheri, ma è stata questione di 10 minuti, non di più. Semplicemente non andavo avanti.
Riprendo la provinciale 10 esattamente nel momento in cui un ciclista passa spedito per la strada che ho scartato a inizio tappa. Mi vede, rallenta, si affianca.
“Non avrai mica fatto la scorciatoia con quei borsoni?”.
“Sì”.
“Non sei del luogo vero?”.
“No”, non ho quasi fiato per rispondergli.
“Su quella salita ho visto far fatica a Lelli”.1
“Non andavo avanti”.
Arriviamo in paese e andiamo a berci un caffè. Destino beffardo. È un bar Sport. Li ho cercati in tutte le tappe, lo trovo per caso a metà percorso. Giorgio mi parla di queste zone. “Questa è la mia terra per cui sono di parte, ma qui è un paradiso, il panorama è un incanto, le strade sono magnifiche, il clima è quasi sempre buono, almeno da marzo a ottobre. E poi si riesce a pedalare bene. La gente che passa per queste strade è a conoscenza che i ciclisti sono molti e solitamente non corre forte”.
Giorgio è di Scansano e lavora alle porte di Grosseto, circa venticinque chilometri che con la bella stagione fa in bici. “Chi dice che non è possibile farlo è perché non c’ha mai provato e non ci vuole nemmeno provare. Lo so anch’io che a schiacciare il pedale del gas si fa prima, ma stare in una macchina per me è molto più stressante. Dopo il lavoro ho modo di rilassarmi, di pedalare, di togliermi di dosso le incazzature”. Giorgio sorride, si fa comodo sulla sedia, si sgranchisce le gambe.
“La cosa bella è che io dal lavoro a casa ci metto poco più di un’ora perché c’ho qualche salitella da fare. I miei amici dicono che andare al lavoro in bici è tempo perso perché pedalare dopo otto ore di lavoro è cosa stupida che toglie la possibilità di stare con la famiglia. Poi però passano ore alla settimana in palestra a perdere i chili presi in una vita sedentaria. La scusa è sempre la stessa: me lo ha detto il dottore. Io in palestra non ci metterei mai piede. Preferisco la bici”.
“E il Giro?”.
“Sarà 6 anni che non lo guardo, non mi interessa. Il pomeriggio lavoro e comunque se non lavorassi uscirei in bicicletta. Stare davanti alla tv mi innervosisce. E poi il ciclismo di oggi non è più uno sport serio, non sai mai se chi vince lo fa in modo onesto o invece rubando”.
Da Semproniano la strada sale e non si arresta un metro. Ma è dolce, ora, fatica certo, ma umana, accettabilissima, le gambe girano regolarmente e il cuore non supera la soglia d’allarme. L’Amiata è alle porte, il paesaggio cambia, i boschi si fanno più folti, più grandi, ogni tanto inghiottono la strada, smorzano la violenza del sole, rinfrescano l’atmosfera.
Passo paesini di cinquanta case, qualche pensionato seduto a bordo strada a parlare su una sedia di legno. La strada è ancora luogo di incontro, perché le auto sono poche, perché “c’è un solo bar e apre verso le cinque, che tanto prima la gente c’ha da fare”.
Petricci passa, raggiungo Triana dopo qualche chilometro di falsopiano, poi la strada torna a salire. Tornanti, un panorama che spazia su tutta la Maremma sino quasi al mare. Lo si vede nei giorni di cielo terso. Non oggi però, perché la foschia occupa la pianura. Scollino e scendo verso Arcidosso. Lungo la strada il monte Labbro rilascia verso valle le sue acque solfuree. Fosso delle puzzole, Fosso putrido, Fosso marcio, sono i nomi dei torrenti che la strada supera con piccoli ponticelli.
A località L’Aiuole il Labbro è alle spalle, l’Amiata davanti ai miei occhi. Un gigante di oltre 1.700 metri che svetta su tutto e tutti. Un ex vulcano spento da millenni, dimenticato dall’Italia per secoli, diventato d’un tratto importante nei primi anni del 900 quando sulle fiancate iniziarono a fiorire una serie di cave per l’estrazione del cinabro, minerale dal quale per secoli si otteneva il mercurio. Ora il monte è diventato luogo di sci d’inverno, e di escursioni d’estate. Un’area protetta di 18mila ettari che dalla cima scende e raggiunge il sud della Val d’Orcia e che protegge dalla mano dell’uomo i boschi di faggi, castagni e larici che ricoprono le pendici e le rare specie di volatili e rettili che vi abitano.
Questi furono i luoghi di una pagina strana e utopica della storia dell’Italia postunitaria, una storia che, come tante nel nostro Paese, unisce fede e politica.
Quella di Davide Lazzaretti, mistico che negli anni ‘70 dell’Ottocento, spinto dalle visioni che agitavano le sue notti, cercò di rifondare la Chiesa riportando tra la gente il messaggio originario di povertà e condivisione che anima i Vangeli. Nauseato dalla Chiesa papalina, fondò la Santa Lega. Chiesa Giurisdavidica. Ovvero un socialismo di stampo cattolico che in poco tempo venne abbracciato da diverse centinaia di persone che lo seguirono sul monte Labbro fondando tre comunità costruite sul modello delle prime comunità cristiane. Condivisione dei proventi del lavoro, eliminazione della proprietà privata, cristianesimo come messaggio d’amore, di rispetto per il prossimo. Utopismo socialista in salsa religiosa che prendeva come modello la Comune di Parigi. Il sogno di Lazzaretti durò nemmeno otto anni. Il suo tentativo di abbracciare in pieno e senza compromessi il messaggio di Gesù finì nel sangue. Il suo. Pio IX, che inizialmente aveva visto in lui “lo strumento per una resistenza culturale, popolare, al nuovo Stato italiano”2, lo scomunica nel 1878 in quanto eretico. Il papa muore a febbraio; il suo successore, Leone XIII, irritato che nonostante la scomunica il predicatore fosse ancora seguito dalla gente, dà ordine al vescovo di Siena di suggerire ai parroci locali di criticare duramente davanti ai fedeli la sua opera blasfema. In quel clima d’odio, il 24 ottobre un militare sparò a Lazzaretti durante una processione. Il sogno però non morì con lui, e per oltre un secolo il giurisdavidismo sopravvisse in piccole comunità animate da quel sogno di fede e socialismo.
La Toscana dal cuore socialista e dall’anima ciclistica. Le strade del Giro, quando passa in questa regione, sono sempre affollate di gente festante, appassionata e competente. È per questo che arrivato ad Arcidosso pensavo di trovare un paese voglioso di ciclismo, pronto a gustarsi le prime vere salite della corsa rosa, a vedere i primi screzi tra gli uomini di classifica, i primi scatti degli scalatori.
Non c’è il bar Sport, poco male mi dico, anche a Latina non c’era, eppure il Giro lo guardavano lo stesso. Chiedo informazioni e tutti mi mandano al bar che si trova alla fine della discesa che porta in paese. La televisione è accesa, la diretta iniziata. Il problema è che non c’è nessuno a guardarla.
Solo un ragazzo che annoiato osserva lo schermo.
“Appassionato?”.
“No, sto aspettando che mi mettano a posto la macchina”. Si prende una pausa, guarda il vuoto, “la bici non mi interessa, anzi i ciclisti mi stanno pure sulle palle, occupano la strada”.
“Occupano? La strada è di tutti”, gli rispondo sorridendo, sperando sia una battuta.
Mi guarda bieco. Sospira. Si gratta il mento. “Sì, vabbè. Le strade sono per le macchine. Se non hai una macchina dove vuoi andare?”.
Inizia a starmi antipatico.
“Conosco gente che da dieci anni non ne tocca una e riesce comunque a far tutto”.
“Sì, vabbè”, si stiracchia. “E te come ci sei venuto qua?”, chiede senza nessun interesse.
“Con la bici”.
“E da dove?”.
“Sto pedalando da Napoli a Brescia”.
Mi guarda con sospetto. “Te sei malato, non c’hai proprio un cazzo da fare”.
Si alza e se ne va scuotendo il capo.
Irritato, cambio bar.
Ne trovo un altro dove trasmettono la tappa. La gente è tutta fuori, dieci vecchietti giocano a briscola chiamata. Due litri di bianco sul tavolo, bestemmia libera, d’altra parte siamo in Toscana. Hanno l’aria di chi si sta divertendo. All’interno del locale sono l’unico a guardare la tv. La discesa che porta a Chiusaforte giù dal passo di Cason di Lanza è impegnativa, ma non impossibile. Jackson Rodriguez è in fuga solitaria dopo aver lasciato i suoi tredici compagni d’avventura. Al suo inseguimento Pauwels, il resto dei fuggitivi e più indietro Pellizotti che sogna il colpaccio nella propria regione.
Sogno che però si interrompe a metà discesa. Cade, si riprende, ma perde tempo e ritmo e tanto vale rifiatare e tornare nel gruppo per limitare gli sforzi. Continuare da solo sarebbe inutile.
Si arriva all’erta finale. A Chiusaforte comincia la salita: all’inizio undici chilometri facilissimi, in pratica un lungo falsopiano. A Pian della Sega la strada diventa più dura, da Sella Nevea in poi si impenna anche oltre il 20%.
Lo si vede dall’espressione dei gregari, è fatica vera.
Davanti i soliti due, ma il gruppo incalza e il loro destino è segnato. Ai meno 7, all’uscita di una galleria il colombiano della Sky, Rigoberto Uran, scatta forse per agevolare Wiggins, forse per cercare fortuna da solo, chissà. Accelerazione violenta la sua, ma non irresistibile. Vincenzo Nibali guarda un po’ chi ha al fianco, Kangert salta dal lavoro fatto, Agnoli stringe i denti e si rimette in testa a tirare. L’uomo Sky se ne va perché l’Astana non accelera.
Un’ombra passa davanti alla porta-finestra illuminata dal sole. Mi fa un cenno d’intesa, come se ci conoscessimo da sempre. Inizia a fissare lo schermo con gli occhi di chi è dentro a questo mondo e sa benissimo cosa sta accadendo.
“Com’è la tappa?”.
“È appena scattato Uran”.
“Ma non è il compagno dell’inglese?”.
Accenno un sì con la testa. Si siede accanto a me pensieroso. “Secondo me quell’inglese là non farà niente. La squadra ha fatto scattare il colombiano perché non si fida. Che ci vuoi fare, il Giro non è mica il Tour, qui le salite sono dure”.
Poi si informa di Scarponi, il suo preferito. Parla poco, non si intende molto di bici, ma sa parlare di ciclismo: “Pedalare è troppa fatica. Io abito a metà monte: a scendere tutta salute, ma a salire sono fatiche dure”, dice ridendo. Bici o non bici, il Giro lo guarda da sempre: grande tifoso di Moser, ai tempi. Gli piaceva il piglio che aveva, il fatto che corresse per vincere sempre e “perché vinceva la Roubaix che è la mia corsa preferita”.
Moser il più amato, Indurain il più forte. “Ero al Sestriere nel 1993 quando vinse la cronometro. Ero in villeggiatura con la famiglia. Pedalava con una grazia incredibile. Non ho mai visto nessuno pedalare così. Un vero fenomeno”.
Diciannovesima tappa. Il Navarro ha la maglia rosa, sta controllando la corsa, ha già vinto la prima cronometro, quella di Senigallia, ma sa che Ugrumov e Chiappucci sono vicini. Non che facciano paura, ma è sempre meglio evitare sorprese. Il lettone è scalatore coriaceo, dallo scatto tagliente, il Diablo l’imprevedibilità fatta persona. Al campione spagnolo serve una prova maiuscola per togliersi i pensieri della salita al Santuario d’Oropa del giorno dopo. È cronometro, Pinerolo-Sestriere, cinquantacinque chilometri, in salita, ma da velocità: ottima per le caratteristiche del Navarro. Argentin fa un buon tempo, ma mancano i prime tre. Chiappucci finisce lontano, cede nel finale, Ugrumov invece con foga e rabbia batte il veneto e compagno di squadra e si piazza in prima posizione. Gioia che dura pochi minuti appena. C’è salita, ma Indurain sembra non percepirla, pedala e non muove le spalle, le pendenze si inaspriscono e lui non cambia pedalata, non si scompone.
Taglia il traguardo con il miglior tempo. Il lettone però è ancora vicino, perde 45”. Gli altri no, sono ad anni luce di distanza. I ritardi tutti sopra i due minuti. Spazzati via dal vento spagnolo. L’indomani Ugrumov proverà a far saltare il banco. Uno scatto continuo sino a piegare le resistenze del campione di Pamplona, che passato il momento di difficoltà riuscirà a riprendersi e a limitare i danni. Quel Giro lo vincerà con nemmeno un minuto sull’uomo della Mecair, ma con oltre cinque minuti su Chiappucci terzo a Milano.
Sella Nevea. Agnoli guarda Nibali quasi a scusarsi e si stacca, ha dato tutto. Nibali accelera, ma pochi metri appena, per prendersi l’abbuono del traguardo intermedio, per saggiare la condizione degli avversari. In testa si mette Niemiec, gregario di Scarponi, che alza il ritmo e mette in difficoltà metà del gruppo. Wiggins si stacca, Scarponi subito dopo, Niemiec allora smette di fare ritmo e si fa raggiungere dal suo capitano per scortarlo sino all’arrivo. Ed ecco la parte più dura. Le pendenze aumentano, il gruppetto degli inseguitori del colombiano marchiato Sky scoppia. Ci prova Pozzovivo, Nibali risponde e disintegra il gruppo. Alla sua ruota rimangono in cinque, nessuno dei grandi favoriti, Evans fatica ma recupera. Wiggins non affonda, va su del suo passo, Scarponi neppure, ma è aiutato da Niemiec. Pozzovivo si spegne, ci prova il suo compagno Betancur, ma Uran è imprendibile.
Vince lui, davanti a Betancur e Nibali che allunga sugli inseguitori.
Bravo Evans, catastrofe Hesjedal che arriva a venti minuti. Wiggo e Scarponi limitano i danni.
Il Giro è entrato nel vivo. Ci sarà da divertirsi.

