La complessa sensibilità di Romain Bardet

La complessa sensibilità di Romain Bardet

08/01/2024 0 Di Giovanni Battistuzzi

Qualche anno fa, era il 2018, mentre la corsa in linea del Mondiale di Innsbuck era ancora nella fase embrionale, e la sala stampa ancora sonnecchiava tra le birre della sera prima e quelle che di lì a breve avrebbero iniziato a scorrere dentro e fuori i bicchieri, le telecamere della televisione austriaca dedicarono un lungo primo piano a Romain Bardet

Il francese guardava con curiosità le montagne che osservavano dall’alto la valle dell’Inn. Poi si sganciò dal gruppo, si fece raggiungere dall’ammiraglia della Nazionale austriaca e iniziò a confabulare con chi stava alla guida mentre indicava qualcosa che stava alla sua destra. 

Accanto a me, in piedi intento a guardare le immagini in diretta, c’era un noto giornalista francese, uno di quelli bravissimi con le parole. Ci guardammo. Lui sorrise, si mise a sedere vicino a me e con fare gentile mi disse che quello che stavamo vedendo era il motivo per il quale la Francia non amerà mai davvero Romain Bardet. Gli chiesi a cosa si riferisse. “Romain Bardet è troppo sensibile, troppo intelligente, troppo curioso. Per questo quando parla non smuove i sentimenti degli appassionati. Quello che dice non è mai quello che i tifosi vorrebbero sentirsi dire. Non lo capiscono. Il problema è che Romain è a un livello troppo alto, sia di analisi del reale, sia linguistico”, spiegò.

Poi aggiunse: “Bernard Hinault piaceva non solo perché era un campione, piaceva perché era un uomo che chiunque poteva sentire facilmente vicino. Romain no. Se senti vicino uno come Romain è perché ti fai troppe domande”. 

Non sono in tanti a farsi troppe domande. È più semplice avere tante risposte che farsi tante domande. 

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Sono passati più di cinque anni da quelle parole. Molto è cambiato da allora, non Romain Bardet. Il francese è ancora in gruppo, è stimato da molti, applaudito da tanti, amato da pochi. Ha sempre pedalato alla sua maniera, ragionando e parlando alla sua maniera. E quella sua maniera è fuggente come i suoi occhi, che cercano sempre un altrove. 

A Eurosport Romain Bardet ha parlato degli obbiettivi di quest’anno, del prossimo Giro d’Italia a cui parteciperà e nel quale vorrebbe vincere una tappa e arrivare tra i primi cinque della classifica generale. Lo correrà per la terza volta (“L’ho fatto solo due volte e l’ho completato solo una volta. Sono felice di aver dedicato un po’ più di attenzione al Giro negli ultimi anni). Lo farà ancora da capitano del Team dsm-firmenich PostNL. Lo farà ancora consapevole di ciò che gli sta capitando attorno e di cosa lui stesso è diventato. 

“Ho l’impressione che siamo diventati più che altro dei performer”, ha detto a Eurosport. “La scienza ha preso il sopravvento su tutto. Riusciamo a studiare e comprendere la performance nei minimi dettagli ed è per questo che i giovani arrivano subito a dare il massimo. Per corridori autodidatti, che hanno seguito più che altro passione e istinto, come ad esempio Thibaut Pinot, c’è sempre meno spazio”. 

C’è disincanto nelle sue parole, non amarezza. È una constatazione di quanto gli sta accadendo attorno, di ciò che sta accadendo pure a lui, non una critica al sistema, al ciclismo. Lui in bici ancora si diverte. “Amo ancora l’adrenalina delle corse. E anche il lavoro che faccio per prepararle. Ora in più ho una nuova missione, quella di cercare di trasmettere ai più giovani quello che ho imparato. Ho capito, inaspettatamente, delle nuove possibilità che offre il ciclismo quando si corre collettivamente, di squadra”. 

Romain Bardet è stato in questi anni un uomo e un corridore in continua evoluzione. Ha sempre saputo mettere in discussione ciò che era, ciò a cui ambiva, soprattutto quando si è allontanato dalla sua zona di conforto perché “ciò che è comodo spesso serve soltanto per farti credere migliore, non per renderti migliore”. 

Bardet anni fa credeva che essere leader assoluto di una squadra fosse il modo migliore per dare il meglio. Ha cambiato idea pure su questo. “Il modo in cui le squadre sono organizzate, la strada che hanno scelto per riorganizzarsi, con l’aggiunta di grandi nomi a grandi nomi fa non sta facendo bene solo ai capitani designati, ma anche a chi è stato preso per aiutare il capitano. Non parlo solo della Jumbo-Visma alla Vuelta, parlo anche di Adam Yates. Lui è il grande esempio di tutto questo. Un anno fa era stato ingaggiato come gregario dalla UAE Team Emirates. In questo ruolo ha vissuto la sua migliore stagione da quando è professionista. Come luogotenente di Tadej Pogacar ed è entrato nella top ten mondiale. Un leader di una ‘piccola squadra’ che va in una grande, per essere il n. 2 o il n. 3, beneficerà della forza collettiva”. 

Romain Bardet è all’ultimo anno di contratto con il Team dsm-firmenich PostNL. Non ha fretta di decidere cosa farà dopo. Lo capirà strada facendo, dice. Se si ritirerà o continuerà lo dirà la strada, allo stesso modo di sempre. Anni fa disse che “le migliori decisioni che ho preso sono arrivate mentre riflettevo senza farlo davvero pedalando. La bicicletta ha il merito di rendere le cose della vita più chiare”. 

Offre la giusta prospettiva, quella che vale la pena seguire davvero. Come certi bivi in collina. Non ci si pensa sempre a dove si deve andare, a volte si imbocca una direzione e la si segue. Va spesso a finire che era la scelta migliore da fare.