Sergio Henao non era il messia

Sergio Henao non era il messia

10/03/2022 0 Di Giovanni Battistuzzi

Sergio Henao si ritira? Sì e no. Il colombiano non ha ancora trovato un ingaggio dopo il fallimento del Team Qhubeka e potrebbe (dovrebbe) dire basta. Nel 2010 era la grande speranza della Colombia. Eppure sarebbe bastato ascoltarlo per capire che non era lui il corridore da aspettare per i grandi giri


C’è stato un momento, all’inizio degli anni Dieci del Duemila, che in molti in Colombia si erano convinti che il grande ritorno di un colombiano sul gradino più alto del podio di un grande giro fosse vicino, vicinissimo. Questioni di pochi anni appena.

Era il 2010 e sia la vittoria di Luis Herrera (1987) alla Vuelta, sia il terzo posto di Fabio Parra (1988) al Tour erano ricordi che avevano superato la maggiore età. Il ciclismo si era globalizzato già oltre ogni aspettativa. Gli albi d’oro si erano colorati di bandierine australiane, slovacche, inglesi, pure venezuelane. E la Colombia era passata in pochi anni da nuova frontiera del ciclismo mondiale a periferia se non desolata, quanto meno perdente.

I colombiani aspettavano un messia e questo apparve alla Vuelta a Colombia, sulla salita che anticipava di qualche chilometro l’arrivo di Bucaramanga. Fu lì che apparve Sergio Luis Henao. In piedi sui pedali a fare un ritmo dannato per il proprio capitano, Oscar Sevilla. Un ritmo talmente alto che poco ci mancò che segasse le gambe anche al suo capitano. Solo un urlaccio del suo direttore sportivo di allora evitò che l’assolo si completasse.

Quella Vuelta a Colombia Sergio Luis Henao la vinse. E la vinse dimostrando di essere il migliore in salita, di avere ottime capacità di leggere la corsa, di andare forte sul passo e discretamente bene a cronometro. Tutte doti che convinsero El Universal a dare appuntamento a tutti i lettori al 2012 quando lo scalatore avrebbe iniziato a correre in Europa: “Un corridore così ne nasce uno ogni cinquant’anni”.

Il problema per Sergio Henao che in pochi anni la Colombia ha visto nascere, crescere e muovere i pedali corridori per almeno duecento o duecentocinquanta anni.

A volte va così.

Sergio Henao ha la stessa età di Rigoberto Uran, che all’epoca era già in Europa e già aveva centrato ottimi piazzamenti in grandi gare: dalla Tirreno-Adriatico al Giro d’Italia, dal Giro di Svizzera al Giro del Piemonte, passando per la Vuelta. Ma aveva fatto la scelta di andarsene in Europa troppo preso e poi “di troppi calcoli, di troppe valutazioni, di troppa attesa della cronometro è fatto il suo ciclismo”, scriveva sempre El Universal.

Sergio Henao ha tre anni in più di Nairo Quintana, ma in Europa ci arrivò nello stesso anno, il 2012. Lui vestendo la maglia del Team Sky, l’altro quella della Movistar. Quintana nel 2010 aveva vinto il Tour de l’Avenir, era considerato una grandissima promessa del ciclismo colombiano, ma l’inizio di quella stagione, le ottime prove al Giro dei Paesi Baschi, l’ottimo Giro d’Italia corso, soprattutto nelle tappe di montagna, come quella che si concludeva al Pian dei Resinelli (nella quale venne confuso con Uran per tutto il tempo), e un finale di stagione da protagonista (quinto al Lombardia), aveva fatto pensare a tutti che fosse Henao l’uomo che avrebbe riportato la Colombia tra le grandi nazioni del ciclismo.

Non andò proprio così.

E sì che Sergio Henao aveva provato ad avvisare tutti. E sin da subito.

In un’intervista al Tiempo dell’agosto del 2010 si era definito “un ragazzo che ha molte speranze, che ha un progetto di vita da realizzare, combattivo, ambizioso di affermarsi”, ma “umile e cauto”. Uno che aveva “il sogno di far crescere la fattoria di famiglia”, e un giorno, chissà, di “vincere il Criterium del Delfinato”.

Non un grande giro, non una corsa di tre settimane, “perché per vincere un grande giro bisogna avere certe doti di recupero che non ho mai avuto, che credo difficilmente potrò avere. Penso di essere un corridore più adatto alle corse a tappe di una settimana”, confessò in un’intervista a Señal Colombia.

Ma delle corse a tappe di una settimana frega sempre poco al grande pubblico. Non è un Delfinato che i tifosi sognano di festeggiare.

E così nessuno lo è stato mai davvero ad ascoltare.

Dopo il Giro d’Italia del 2012 chiuso al nono posto, Sergio Henao non è mai più riuscito a piazzarsi tra i dieci in classifica generale di un grande giro. Nel 2017, in una delle rare occasioni che ha avuto di fare il capitano in una corsa a tappe di una settimana, ha conquistato la Parigi-Nizza.

La Colombia che aspettava le grandi vittorie di Sergio Henao, ha festeggiato il Giro d’Italia e la Vuelta a Espana di Nairo Quintana, si è lasciata turbare dal suo mistero, da quelle domande senza risposta sul suo conto, su quel talento che non è riuscito a brillare appieno, almeno a sentire la campana colombiana. Si è soprattutto rinfrancata, stupita e lasciata “rapire” dagli scatti montani di Egan Bernal, dalla sua vittoria al Tour de France nel 2019, da quella al Giro d’Italia nel 2021.


Sergio Henao al Tour 2021
Sergio Henao durante l’8a tappa del Tour 2021, la Oyonnax–Le Grand-Bornand

Sergio Henao ha detto alla rete colombiana Antena 2 di non aver ancora ricevuto una offerta di contratto interessante dopo il fallimento del team Qhubeka-NextHash. La sua carriera dovrebbe essere finita.

Non era il messia. L’avessero ascoltato non si sarebbero fatti certe illusioni. Né i tifosi, né le squadre per le quali ha corso. E forse avremmo visto correre uno straordinario interprete delle corse di una settimana, di quelle corse che ormai abbiamo il vizio di considerare solo come intermezzo tra classiche e grandi giri.

Quello che abbiamo visto è però abbastanza. Un corridore solido e tenace, capace, quando è stato lasciato in pace dai problemi fisici (dovuti anche e soprattutto ai postumi dell’incidente del 2014, quando un’auto lo investì e lui si ruppe un ginocchio in otto punti) ha saputo ritagliarsi un ruolo sia da protagonista che da eccezionale gregario.

Un incidente che forse ha tolto la possibilità alla Colombia di avere un gran interprete per le classiche delle Ardenne, come aveva dimostrato nel 2013 alla sua prima Freccia Vallone.