Tutto bello, tanti campioni, sarà spettacolo, dicono. Remuntada, per dirla alla loro maniera, perché con un parterre del genere, l’accostamento e il sorpasso a quella vecchia zia che è diventato il Giro sembra cosa compiuta e palese. Già, sembra. Perché la corsa la si fa in strada come sempre e la Vuelta più che una vecchia zia appare la solita bella donna con le tette abbondanti e però la sorpresa quando si deve arrivare al dunque. E quest’anno il dunque sembra essere arrivato prima del solito, addirittura all’antivigilia. Come una cena il 23 dicembre con cozze e ostriche che ti attanaglia stomaco e intestina che ti sconvolge e atterra e ti rovina Natale e bevute di vigilia e Santo Stefano.
Perché va bene tutto, il pavé al Tour e lo sterrato al Giro, l’arrivo su una diga in Olanda e una cronosquadre in un’isola, bello, suggestivo, elegante, ma che la scenografia non estirpi la sostanza. E se Marbella è un incanto, nessuno lo mette in dubbio, il ciclismo è altra cosa. E una grande corsa a tappe dovrebbe essere cosa seria, senza passaggi nella sabbia, ponti che nemmeno in una Coppa Cobram e via così.
E’ la Vuelta, bellezza. Il solito scenario, quel potrei ma non so se ho proprio voglia, quello di sempre. Perché così è stato e probabilmente sempre sarà, una grande corsa a tappe balneare, sempre imprevedibile, che fa i conti con l’imprevedibilità degli stessi organizzatori che sempre azzardano, qualche volta c’azzeccano, quasi mai la fanno sempre giusta. Sbagliano e si inventano soluzioni un po’ così, alla va là che la va ben. Quest’anno la cronosquadre balneare non varrà per la classifica, i corridori si faranno una passeggiata tra ombrelloni e spiagge, mare e culi esposti ai raggi solari. Di ciclismo si parlerà domenica, il resto è contorno e va bene comunque.

