Sport e sicurezza stradale, così la Slovenia ha conquistato il ciclismo
26/11/2025Il caso Slovenia, le vittorie nel ciclismo e la sicurezza stradale che manca per avere un Pogacar in Italia. Parla Pavel Kurinčič
Fu nel settembre del 1991 che Pavel Kurinčič, all’epoca uno dei consulenti della neonata Kolesarska zveza Slovenije (la Federazione ciclistica slovena), si fece un giro di qualche settimana in Italia per “cercare di imparare a costruire qualcosa di vincente nel ciclismo”. Perché, racconta a Girodiruota Pavel Kurinčič, “l’Italia era allora il paese di riferimento del ciclismo mondiale, non c’era luogo migliore per capire cosa era utile fare per poter sperare un giorno di vincere qualcosa nel mondo del ciclismo”.
Pavel Kurinčič girò il Veneto, la Lombardia, il Piemonte, visitò la Romagna, poi rimase due settimane tra Toscana e Marche. “Parlai con un sacco di gente, mi intrattenni con dirigenti federali, direttori sportivi, organizzatori di corse. Quando tornai a Lubiana avevo otto quaderni pieni di spunti e appunti. Il mio report fu preso in considerazione dai vertici federali. Qualcosa venne effettivamente applicato, altro rimase carta morta”.
Pavel Kurinčič sa benissimo che quel giro in Italia di allora fu solamente il via di un percorso, non la sua fine. “Sarebbe bello pensare che ciò che facemmo allora sia stato in qualche modo fondamentale per i successi di oggi, ma non è così. Quello fu soltanto l’inizio di una storia molto felice, soltanto la creazione di buone fondamenta che poi ebbe altri, e bravi, architetti”.
Fondamenta solide, “perché all’epoca l’Italia era l’avanguardia, il vertice massimo di un sistema. Un sistema che però si è evoluto, è mutato a tal punto da essere irriconoscibile”. Pavel Kurinčič ha smesso di fare il dirigente sportivo nel 2000, da venticinque anni si occupa di altro, di sport scolastico e sicurezza stradale.
“I successi di oggi, quelli di Primoz Roglic e Tadej Pogacar nel ciclismo, quelli della Nazionale di basket e di Luka Doncic, i tre ori alle Olimpiadi di Tokyo 2020 e i due di Parigi 2024, gli Ottavi di finale raggiunti dalla Nazionale agli Europei di calcio sono il frutto di una popolazione che è stata istruita al movimento”, spiega.
La popolazione slovena è tra le più sportive al mondo. Quasi il 70 per cento dei due milioni di abitanti totali pratica discipline sportive in tutte le stagioni, il 60 per cento degli adulti lo fa per oltre due ore e mezza alla settimana. A questo va aggiunto un cambiamento graduale, ma costante, negli spostamenti urbani: negli ultimi quindici anni sono diminuiti quelli in automobile e aumentati quelli in bicicletta. E non solo a Lubiana, una delle capitali europee dove si è investito di più in ciclabilità, diventata uno dei modelli da seguire.
“La grandissima maggioranza della popolazione pratica sport sin dalla scuola e questo favorisce il benessere generale e la possibilità da parte delle federazioni di aumentare la probabilità di trovare ottimi atleti”, dice Pavel Kurinčič.
Nel ciclismo però “questo non basta”, evidenzia. “Se abbiamo Primoz Roglic, Matej Mohorič, Ian Tratnik, Luka Mezgec e soprattutto Tadej Pogacar è perché amministratori locali e nazionali hanno lavorato per aumentare la sicurezza stradale, permettendo così alla popolazione di scegliere se pedalare o no. Ovviamente una volta che inizi a pedalare e non ti spaventi per la pericolosità delle strade scegliere la bicicletta, innamorarsi di lei, è semplice”, spiega Pavel Kurinčič.
“Certo non tutto è perfetto e di lavoro ce n’è molto da fare. Negli ultimi anni, sono aumentati gli incidenti e i morti nelle strade a scorrimento veloce. Nelle altre la sicurezza per pedoni e ciclisti è incrementata molto e questo sta facendo la differenza”. Perché se è vero che ci sono generazioni più talentuose delle altre, se è vero che corridori come Tadej Pogacar ne nascono uno ogni mai, “la differenza la fa la strada, la sicurezza nelle strade. Più la garantisci più possibilità hai di trovare un campione perché più gente si muoverà in bicicletta e quindi aumenti appassionati, amatori, dilettanti e così via”.
E qui sta la grande differenza con l’Italia. “L’Italia degli anni Novanta era ciclisticamente quanto di meglio c’era al mondo, per questo girai in lungo e in largo il vostro paese”. C’erano le grandi squadre certo, ma c’erano perché il ciclismo era ancora seguitissimo. E lo era perché i ragazzi andavano in bicicletta, pedalavano, sognavano di diventare Gianni Bugno o Claudio Chiappucci. “Il paese che mi sbalordì allora, oggi non lo vedo. E non perché sia meno bello, perché non vedo più quella passione per la bicicletta. Vedo paura, timore di essere investiti. Per fortuna resta qualche zona franca, ma non credo che basti qualche zona franca, serve ritrovare le biciclette ovunque nelle strade”.
Il caso più evidente di questa “crisi della mobilità e della sicurezza” secondo Pavel Kurinčič è rappresentato dalla fuga delle squadre che si radunavano in Italia per preparare la stagione. “Ora i grandi team e non solo i grandi team se ne vanno in Spagna. Qualche anno fa parlai con un direttore sportivo sloveno e gli chiesi perché nessuno andava più in Italia. Mi rispose: ‘In Italia si rischia di farsi male durante gli allenamenti, in strada c’è tensione e i ciclisti sono visti come un ostacolo’. Rimasi stupito e rammaricato”.
Un rammarico condiviso da tutte quelle persone che vorrebbero pedalare di più ma che per timore non lo fanno.

