Essere uno da Diagonale grazie a Stefano Benni
09/09/2025È morto Stefano Benni, rimane però il Grande Pozzi, il Diagonale e soprattutto una bicicletta da pedalare
Su di una bicicletta mi ci hanno messo presto, a tal punto presto che nemmeno me lo ricordo quando. Però quello che ricordo di me è che una bicicletta sotto di me c’è sempre stata, quasi fosse un’estensione naturale del mio corpo. Ci sono rimasto per la semplice constatazione che stare in sella è tra le cose migliori che mi siano capitate e non ho trovato una buona ragione per scendere.
Chi mi ha fatto appassionare del ciclismo, e sono due cose diverse pedalare e guardare pedalare, invece lo ricordo bene: Marco Pantani. In quel giorno di nuvole basse salendo e poi scendendo dal Passo del Giovo.
All’epoca, era il 1994, ero un ragazzino e avevo il sogno di vincere il Giro d’Italia. E pure il Tour de France. Ma il Giro l’avevo conosciuto prima del Tour e quindi è rimasto avanti. Ho capito dopo che non sarei stato buono per fare il corridore e per la semplice ragione che non mi piace competere, non ho mai avuto la fissa per la corsa, preferisco pedalare e basta, meglio se con nessuno attorno.
Fu anni dopo che il sogno di vincere il Giro d’Italia – e pure il Tour de France – sparì e venne sostituito da qualcosa di ben più affascinante e magnifico. Talmente affascinante e magnifico che il Giro d’Italia era diventato piccolo piccolo, sino quasi a sparire.
Capii che non ero uno da Giro d’Italia o da Tour de France. Capii che ero uno da Diagonale. Uno che sognava di fare “seimilatrecento chilometri d’autostrada da Lisbona a Leningrado” anche senza il Grande Pozzi e Girardoux, senz’altro senza quel bugiardo di Borzignon, che “all’autogrill Pavesi, chiese di poter andare un po’ avanti per salutare i suoi a Cattolica. Pozzi e Girardoux diedero il permesso e Borzignon partì come un ossesso. Pochi minuti dopo nel gruppo cominciò a circolare la voce che Borzignon era di Pordenone”.
Essere uno da Diagonale è complicato, comporta scelte precise, scelte di campo. E io mi schierai all’epoca, quando lessi il Grande Pozzi, uno dei racconti di “Bar Sport” di Stefano Benni, dalla parte di Girardoux.
E mi schierai dalla parte di Girardoux perché, a un certo punto, dopo aver raggiunto Borzignon disse:
“Beh, iovado a fare un giretto”, e uscì a Rimini nord.
E fu così che Pozzi, preoccupatissimo, gli si pose alle calcagna. Girardoux, tranquillissimo, comprò un gelato e si mise a passeggiare sul lungomare. Pozzi e tre gregari lo seguirono pedalando sulla spiaggia. Poi Girardoux fece il bagno in moscone. Nel clan italiano tutti erano molto preoccupati per la mossa del francese.
Girardoux fece sei partite a flipper, comprò alcune cartoline e andò a vedere i delfini. Uno dei Panozzo lo seguì strisciando sul bordo della piscina, un delfino saltò e ne fece un boccone. Alle otto e mezzo di sera il gruppo era a settecento chilometri di distanza, ma Girardoux non dava segni di impazienza. Pozzi invece era nervosissimo e ogni tanto sbuffava aprendo larghe voragini sulla strada. Alle dieci Girardoux si presentò al Mocambo e invitò a ballare una tedesca. Pozzi, nascosto dietro una palma, lo sorvegliava. Ballarono a lungo, poi Girardoux tentò uno stricco e prese una sberla. Allora invitò un’altra tedesca. Ballarono fino a mezzanotte.
Mi convinse.
Quel racconto di Stefano Benni mi convinse che io ero uno à la Girardoux, uno che con la bicicletta si divertiva e che non si sarebbe mai fatto mancare niente, oltre la bicicletta. Perché la bicicletta basta a se stessa. Basta soprattutto a me stesso perché è in fondo il modo migliore per fare ogni cosa. E ti perdona tutto. Basta non competere. Basta godersi il pedalare.
Ora che Stefano Benni è morto, non ci saranno nuovi racconti di Stefano Benni, e questo mi dispiace. Restano però quelli che ha scritto. Resta soprattutto la bicicletta e la consapevolezza di essere uno da Diagonale. Uno che la bicicletta la vive à la Girardoux.

