Tadej Pogačar e il traffico “criminale” d’Italia

Tadej Pogačar e il traffico “criminale” d’Italia

23/03/2026 0 Di Giovanni Battistuzzi

Al contrario di molti sport, quasi tutti gli sport, il ciclismo si muove, sia in gara sia in allenamento, lungo le strade di tutti i giorni. Non c’è poi tanta differenza tra un campione del mondo, un gregario, un amatore o un ciclista urbano. Oltre al talento e alla velocità ovviamente. Le sensazioni che proviamo noi ciclisti per passione, ogni tanto ossessione, senz’altro passione, sono le stesse che provano le donne e gli uomini che affollano gli ordini d’arrivo delle gare che ci appassionano.

Ce lo ha ricordato Tadej Pogačar dopo aver vinto la Milano-Sanremo 2026. Il campione del mondo ha detto: “Sono venuto qui ad allenarmi tantissime volte, e ogni volta si rischia la vita perché, senza voler offendere nessuno, il traffico sulle strade italiane a volte è un po’ criminale”.

Non ha offeso nessuno Tadej Pogačar, ha detto quello che chiunque va in bicicletta sa benissimo. In Italia, sulle strade italiane, spesso si rischia la vita. E si rischia la vita perché gli automobilisti italiani se ne fregano dei ciclisti, spesso gli considerano un intralcio.

Ovviamente non tutti sono così. La maggior parte però, pur non arrivando alle idiozie verbali di un Vittorio Feltri – che ha detto “i ciclisti mi piacciono soltanto quando vengono investiti” -, sono così.

Problema ancora maggiore: a volte a loro insaputa. O meglio per colpa della loro disattenzione. Basta fermarsi a bordo strada di una qualsiasi strada di una città italiana per rendersene conto. Di gente che guida e basta ce ne è poca. Di smartphone in mano se ne vedono a bizzeffe, di gente che si perde a guardare chissà cosa ancor di più. Il resto lo fa la velocità eccessiva e quella fretta, spesso immotivata, di chi non capisce perché nelle strade italiane imperi sempre un traffico eccessivo.

Eppure le parole di Tadej Pogačar suoneranno come un insulto ai più. Perché è sempre fastidioso dover accettare che qualcuno da fuori dica qualcosa che nessuno vuole vedere. E per di più che lo dica con una naturalezza disarmante come fosse la cosa più ovvia del mondo. Non sempre l’ovvio è così ovvio per chi non ha voglia di vederlo, di accorgersene.

Eppure i dati ufficiali fotografano in modo lampante quanto detto dal campione sloveno. Ogni anno sulle strade italiane c’è una carneficina, una guerra civile, anzi incivile, che i più non vogliono vedere. Una guerra incivile che viene continuamente degradata a cronachetta. Attribuendo spesso colpe a chi colpe non le ha, i ciclisti, o a chi non le può avere, le strade killer. Immaginare una strada che uccide dovrebbe far sorridere perché assurda. Invece è quello che ci viene propinato quasi quotidianamente.

In tutto questo la politica non fa altro che peggiorare la situazione. La revisione del Codice della strada del ministro Matteo Salvini è lì a dimostrarlo tra problemi seri ignorati, altri ingigantiti e campagne stampa e d’opinione contro città e zone 30 e autovelox.

Una situazione ancor più grave perché basterebbe seguire le indicazioni dell’Unione europea di cui facciamo parte per invertire la rotta, rendere le nostre strade più sicure. In questo modo si potrebbero anche attirare di nuovo chi se ne è andato via perché stanco di rischiare troppo: le squadre di ciclismo. Perché c’era un tempo nel quale le grandi squadre venivano a svernare in Italia. Quel tempo è finito da un po’.