L’esplorazione pirenaica di Marco Pantani verso Guzet Neige
15/07/2025Il 16 luglio del 1995 al Tour de France andava in scena la grande impresa di Marco Pantani verso Guzet Neige
Guzet Neige ha un nome ben poco pirenaico. Potrebbe star bene pure nelle Alpi una località sciistica che si chiama così.
Fa un po’ schifo Guzet Neige, ma alla maniera di molti luoghi turistici inventati dai francesi tra gli anni Cinquanta e gli anni Settanta. Il luogo però è incantevole, le montagne attorno affascinanti, la cucina di quella parte dei Pirenei vale il viaggio. E forse perché quelli sono i Pirenei un po’ più sfigati, meno turistici e ciclistici.
Sono luoghi un po’ desolati, pieni di silenzi, complessi e in gran parte selvaggi. Come i cavalli che li attraversano, i più difficili da ammaestrare di tutta la Francia.
Luoghi respingenti per tanti. Luoghi capaci però di ispirare chi è alla ricerca della solitudine, sa apprezzare la solitudine.
Il 16 luglio del 1995, la solitudine di Marco Pantani iniziò a 42 chilometri da Guzet Neige, sulla strada che portava al Port de Lers.

Quel giorno era la prima volta che il Tour de France si arrampicava per quella salita. D’altra parte perché doveva passarci per di là la Grande Boucle che le grandi salite stavano altrove, un po’ più a nord, un po’ più a ovest.
Non era quello lo scenario più consono per fare qualcosa di memorabile, dicevano con una certa sicumera i cantori del Tour de France, di quel Tour de France. Si erano immaginati tutti una tappa di quelle con una fuga che va per la sua strada e dietro un gruppo in attesa di strade più consone a fare spettacolo.
Marco Pantani però era corridore che a certe cose non badava e quando gli dissero che di salita ce ne era, e non facile, lui sentenziò che è la salita il suo terreno, qualsiasi salita fosse. E così già il giorno prima disse: “Domani attaccherò, perché se voglio recuperare devo farlo”.
Fu di parola. Scattò.
Quattro giorni prima Marco Pantani aveva vinto in cima all’Alpe d’Huez. Lo aveva fatto piegando le resistenze di Miguel Indurain, era rimasto da solo, aveva superato il traguardo in perfetta solitudine. Una vittoria splendida, ma di una salita soltanto.
Voleva altro, Marco Pantani, non gli bastava la vittoria. Voleva far saltare il banco. Salire ancora sul podio.
Gli dicevano che era impossibile, che 12 minuti e 38 secondi a Miguel Indurain non li avrebbe mai recuperati. E nemmeno i 9 minuti e 3 secondi che lo separavano dal terzo, Laurent Jalabert. Lui rispose con un semplice: “Questo lo dite voi”.
Per questo scattò a 42 chilometri dall’arrivo. Per questo dal Port de Lers iniziò un viaggio pirenaico nella solitudine che lo portò in cima a quella salita e poi al Col d’Agnes, al Col de Latrape sino a Guzet Neige due minuti e trentuno prima di Laurent Madouas e Miguel Indurain.
Quei 42 chilometri davanti al gruppo, fuggendo dal più forte corridore di quel Tour e di quegli anni, furono una delle più grandi imprese di Marco Pantani in Francia. Sicuramente la più dimenticata, perché nel ciclismo i luoghi non sono secondari e ci sono salite più salite delle altre.
Quei 42 chilometri solitari in quel 16 luglio del 1995, dovevano essere solo l’inizio della rivoluzione. Dovevano essere il via di un recupero che doveva andare in scena due giorni dopo tra il Col d’Aspin, il Col du Tourmalet e la strada che portava a Cauterets.
Quell’anno la rivoluzione non si compì.
Quel 18 luglio del 1995, Marco Pantani dormì male, si alzò con le gambe molli e un po’ di febbre. Prima del via disse di non sentirsi bene, di essere tormentato da un pensiero fosco.
Quel 18 luglio del 1995, sulla discesa del Portet d’Aspet, Fabio Casartelli cadde, sbatté la testa contro un paracarro, morì poco dopo.

