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Tour de France. Un bucaniere di nome Ben O’Connor

Ben O’Connor si mise a navigare nell’equipaggio di Henry Morgan più per curiosità del mondo che per volontà d’arricchimento. Vedere nuovi mondi era quello che l’aveva spinto a Londra da Dublino, che l’aveva portato a Southampton e poi nelle Fiandre, sino a raggiungere la Giamaica. Bucaniere sì, ma non d’assalto, da coperta, esperto in cartografia, poi esploratore e mappatore dell’isola. Di coraggio ne aveva poco, ma il mare lo conosceva bene, a tal punto da convincere Morgan a tenerlo con sé per tutta la sua carriera corsara, nonostante tutto. Nonostante quel nome che non era il suo: Ben, diminutivo di Benjamin, se lo portava dalla nascita, O’Connor no, fu innesto di fantasia per eliminare un passato da Harfy e due truffe, una a danno di un nobile che l’avrebbe messo alla forca.

Quattro secoli dopo quel nome, Ben O’Connor, è ritornato a essere sinonimo di esplorazione. Nome vero questa volta, ma proveniente dalla parte opposta del mondo: Subiaco, area metropolitana di Perth, per colpa di un manipolo di monaci benedettini, che raggiunta l’Australia vollero omaggiare la nuova terra di un paese che portava il nome di quello vicino al quale si ritirò in solitudine e preghiera San Benedetto.

Un’esplorazione montana d’alta quota, partita sul Col des Saisies, proseguita per il Col du Pré, la Cormet de Roselend, approdata a Tignes, trasformata per venti chilometri in un eremo ciclistico. Ben O’Connor ha resistito a pioggia, stanchezza e compagnia, quella rumorosa di una fuga che si è presto scissa; quella pericolosa di uomini di fondo e pedigree, che sia passato o futuro – Michael Woods, Lucas Hamilton, Wouts Poels, Nairo Quintana, Sergio Higuita -; quella furba e colombiana di Quintana e Higuita coalizzatasi contro di lui per renderlo inerme.

Ha badato poco a tutto questo l’australiano, si è concentrato su se stesso, sull’unica certezza che aveva: pedalare bene, pedalare giusto, andare avanti. Il percorso lo conosceva a memoria, come sempre. Cartografo era il suo omonimo, cartografo in un certo senso è pure lui, studioso di percorsi. Lo fa sempre, ore impiegate ad analizzare i percorsi delle gare a cui partecipa. Ieri ha reso dinamica la sua conoscenza. Ha razionalizzato lo sforzo dove sapeva di doverlo fare, ha menato forte sui pedali dove andava fatto.

La sua è stata una gara di meravigliosa intelligenza tattica. Un saggio di grinta resistente, di pedalate incrollabili come la sua volontà. Quella che gli impone di pensare che nulla è immutabile, nulla è impossibile, tutto può essere sistemato. A patto di avere gambe e consapevolezza di quello che si fa. Sotto il traguardo di Tignes si è presentato solo e a braccia alzate, tra i pochi a essere sopravvissuto alla fuga, cinque minuti avanti a tutti. Prima di Mattia Cattaneo, prima di un sorprendente Sonny Colbrelli, un tempo velocista, oggi corridore d’ardore veloce.

Che Tadej Pogačar sia inattaccabile è pensiero comune, che si rinforza di giorno in giorno, di salita in salita. Giocare d’anticipo in questi casi è necessario, fondamentale, soprattutto l’unica cosa possibile. Ben O’Connor l’ha fatto anche perché poteva farlo: oltre otto minuti di ritardo in classifica erano un distacco sufficientemente ampio per non generare timori. L’australiano ha rosicchiato un secondo dopo l’altro, ha vestito virtualmente la maglia gialla per chilometri. Quando il gruppo ha accelerato, il margine di O’Connor però non è crollato. Degli oltre otto minuti che aveva, ne ha difesi sei, conquistando il secondo posto in classifica generale a 2’01” dallo sloveno.

Pogačar ha la forza dei più forti, O’Connor la grinta degli indomiti, di chi è costretto a fare i conti con i propri limiti, ma che sa gestire la difficile equazione tra ciò che si può fare e ciò che va fatto al meglio. Sa benissimo che la maglia gialla è soltanto un sogno, ma che un podio non è traguardo impossibile, data anche la rassegnazione alla difesa della posizione di gran parte degli uomini di classifica.

O’Connor è un bucaniere scafato nonostante i suoi 25 anni. Uno di quelli che sa che non sempre si può assaltare di spada, ma che ogni tanto serve mettere in pratica il vecchio insegnamento Henry Morgan: “Dove non si può arrivare con la forza, ci si arriva con la testa. Tutto il resto si compra”.

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