La sfrenata passione del Ruanda per le biciclette e il ciclismo

La sfrenata passione del Ruanda per le biciclette e il ciclismo

04/05/2021 0 Di Giovanni Battistuzzi

Nel nord-ovest del Ruanda, sulle colline che si susseguono senza soluzione di continuità a partire dalle alture dai vulcani Virunga, i boschi la fanno da padrone. Un panorama verdissimo, interrotto qua e là da macchie di terreno a tinte pastello, ideale per la coltivazione delle patate, del sorgo e del caffè. Un terreno che sta iniziando a vedere moltiplicarsi le biciclette che lo percorrono.

Biciclette che in Ruanda, per la verità, ci sono sempre state. Solo che se un tempo erano un ripiego necessario data l’insostenibilità del costo di un’automobile, ora sono, nella maggioranza dei casi una scelta. Nel 2016 molte personalità di spicco della cultura ruandese sottolinearono un problema: possiamo davvero compromettere la grande ricchezza della nostra nazione riempendola di gas di scarico?, chiesero pubblicamente. La risposta fu no. E negativamente a sorpresa rispose pure il governo che in pochi mesi elaborò un piano di investimenti per diminuire le auto nel paese puntando sulla bicicletta.

I politici ruandesi non sono illuminati ambientalisti, sanno però fare i conti.

Tra il 2010 e il 2016 il turismo in Ruanda era cresciuto di quasi il 150 per cento. E quasi la metà dei turisti avrebbe voluto girare il paese in bicicletta. Il cicloturismo era uno tra i settori più in crescita e così la politica decise di favorirlo. Nel 2018 il governo avviò un piano per promuovere la crescita del ciclismo nel paese sia come sport che come esperienza turistica, dando il via alla realizzazione di numerose infrastrutture ciclabili e introducendo un’esenzione fiscale del 25 per cento sull’importazione di mountain bike e biciclette da corsa. Oltre a una fiscalità agevolata per chi decidesse di iniziare a produrre biciclette nel paese. Per favorire la ciclabilità inoltre le amministrazioni cittadini hanno investito parecchio nella realizzazione di percorsi dedicati alle biciclette, realizzando una rete di corsie e piste ciclabili che farebbero impallidire quelle di molte città italiane.

Il ciclismo in Ruanda è lo sport più seguito. Un vanto nazionale. Joseph Areruya dopo la vittoria della Tropicale Amissa Bongo del 2018 venne accolto a Kigali da una folla incredibile. Migliaia di persone lo applaudirono a bordo strada mentre dal tettuccio di una jeep esponeva per tutta la capitale la sua maglia gialla e il trofeo del vincitore della corsa a tappe gabonese, una delle più prestigiose del calendario africano.

Ogni anno milioni di ruandesi si riversano in strada per il passaggio del Tour du Rwanda, l’evento sportivo più seguito del paese. Non quest’anno però. A causa dell’epidemia di Covid-19 è stato vietato ai cittadini di assistere alla corsa che si sta correndo in questi giorni. In molti però non hanno rinunciato ad affacciarsi a bordo strada.

In Ruanda il ciclismo è ultratrentennale. Il Giro del Ruanda è stato corso per la prima volta nel 1988. Dicevano che era follia e forse lo era davvero. Nel 1990 la terza edizione fu il più grande successo sportivo della storia del paese. Poi il Fronte Patriottico Ruandese decise di provare il colpo di stato, di ribaltare il governo ruandese, che grazie all’aiuto militare francese e belga sedò la rivolta. Fu l’inizio di un massacro che durò anni. Il vertice più orribile lo si toccò tra il 6 aprile e il mese di luglio del 1994: fu il cosiddetto genocidio ruandese. Un milione di persone uccise e intere generazioni spazzate via.

Dal 2001 il Tour du Rwanda è ricominciato e da allora non ha più saltato un anno. Abraham Ruhumuriza, che ha vinto la corsa per cinque volte tra il 2002 e il 2007, è un eroe nazionale al pari di Joseph Areruya, il promo corridore ruandese a riuscire a correre tra i professionisti in Europa (lo ha fatto tra il 2018 e il 2019 alla Delko).

Nel 2019 alla corsa a tappe ruandese partecipò per la prima volta una squadra World Tour, l’Astana. L’anno scorso fu la volta della Israel Start-up nation, che è tornata quest’anno. Sylvan Adams, proprietario della formazione israeliana, ha riportato per la quarta volta i suoi corridori alla corsa per portare avanti il suo progetto “Racing for change” a sostegno del ciclismo, soprattutto quello femminile, nel paese. “Speriamo che questa squadra sia un modello per altre comunità in Africa”, ha detto Adams, sottolineando come l’obbiettivo sia quello di portare prima o poi qualche corridore nella nazione africana a correre nella squadra WorldTour. “Ci sono grandi talenti in questo paese. Per me, la cosa più bella sarà vedere un ciclista del Ruanda correre per noi”.