Fu alla Vuelta, a Cerler, che Laudelino Cubino divenne l’uomo che con uno scatto si staccò di ruota Lucho Herrera
Si chiamava Laudelino Cubino, ma per tutti quello che lo conoscevano era semplicemente solo Lale. Certo per brevità, soprattutto perché in fondo stava male un nome lungo come Laudelino a uno scricciolo d’uomo leggero come una piuma. Molto meglio Lale, molto più adeguato Lale.
Laudelino Cubino aveva il viso gentile, il sorriso dei furbastri e gli occhi affusolati che cercavano sempre una via di fuga. Ed è forse per questo che in bicicletta preferiva avere poca gente attorno. Aveva sempre preferito la solitudine alla compagnia, almeno in bicicletta. L’aveva scelta per questo, perché capace di donargli la serenità nello stare da solo. L’aveva scelta perché era il modo migliore per permettergli di vedere cosa c’era al di là dei monti che occupavano l’orizzonte quando si affacciava alla finestra di casa sua. Béjar, un paesino di nemmeno ventimila anime a sud di Salamanca, è incastonato tra due archi montani e Laudelino Cubino non si è mai sentito un tipo da fondovalle.
I dieci anni di Laudelino Cubino nel ciclismo sono stati agitati come il profilo dei monti che vedeva da bambino dalla finestra di casa. Un su e giù continuo tra vette brillanti illuminate dal sole e cupi sottoboschi nei quali i raggi del sole arrivano solo a tratti. Il tutto pedalato con il sorriso di chi sa che sta facendo il lavoro più bello del mondo e non si lamenta se la realtà che vive è diversa da quella che gli altri vorrebbero fargli vivere.
Perché a Laudelino Cubino interessava solo una cosa: la montagna. Perché della montagna Laudelino Cubino sentiva la voce, un richiamo eccitante, suadente. Era quando la strada saliva che si sentiva a posto con il mondo. Viveva di montagna in montagna, senza fare troppi conti sul dopo, senza pensare molto a quello che in troppi considerano il meglio del ciclismo, ossia la classifica generale.
Non faceva per lui. Perché lui era corridore leggero di fisico e d’animo. E il pensiero di tre settimane a fare i conti sui secondi per lui era un peso insopportabile.
Vivendo di montagna in montagna, Laudelino Cubino vinse tre tappe alla Vuelta, due al Giro d’Italia e una al Tour de France.
Vivendo di montagna in montagna in quei dieci anni nei quali Laudelino Cubino transitò nel ciclismo finì, suo malgrado, pure a pedalare così forte da trovarsi sul podio finale della Vuelta. Era l’edizione del 1993. E di quelle tre settimane più della soddisfazione del terzo posto gli rimase il cruccio della vittoria mancata all’Alto del Naranco: “Non avessi speso così tante energie per la classifica, quel giorno avrei avuto le gambe per staccare Tony Rominger. Peccato. Perché quella salita l’avevo trovata magnifica”.
C’è un’altra salita in Spagna però a cui Laudelino Cubino è affezionato: quella di Cerler, lì dove la Vuelta 2025 arriva al termine della settima tappa.
Quel giorno, il 30 aprile del 1987, Laudelino Cubino era un giovane signor nessuno alla prima esperienza in un grande giro.
Quella Vuelta, Laudelino Cubino l’aveva iniziata imprecando per i dolori al ginocchio, dolori dai quali non riuscì mai a fuggire. Fu nei Pirenei però che i fastidi lo lasciarono in pace. Già il giorno prima, verso Andorra, si ritrovò tra i migliori scalatori della corsa e capì che non erano poi di un’altra categoria come gli avevano detto.
Quel giorno però era partito male, pieno di nausea e starnuti. Nausea e starnuti che però scomparvero chilometro dopo chilometro, perché, si sa, la bicicletta sa essere cura fantastica.
Quel giorno però Lucho Herrera aveva deciso di rendere la vita complicata a chiunque e ribaltare la convinzione comune che quella Vuelta non la poteva che vincere Sean Kelly, terzo l’anno prima.
Lucho Herrera si esibì in uno scatto dietro l’altro per chilometri. Si tolse di ruota uno dopo l’altro tutti i rivali, ma non rimase mai solo. Perché alle sue spalle era sempre rimasto quel corridore segaligno che nessuno aveva mai visto a un grande giro.
Fu ai tre chilometri dall’arrivo che quel corridore segaligno che nessuno aveva mai visto a un grande giro divenne un nomecognome, divenne Laudelino Cubino, l’uomo che con uno scatto si staccò di ruota Lucho Herrera.
Quel giorno Laudelino Cubino arrivò a Cerler primo e solo e con la grazia di uno sfondo privo di altri corridori alle sue spalle. Sino ad allora non gli era ancora successo.

