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Le ultime pedalate di Zdenek Stybar

A Tabor, in Repubblica Ceca, non c’era granché da vedere o da fare. Forse per questo chi abitava a Tabor faceva molto sport. Nelle classifiche delle città più sportive in Repubblica Ceca Tabor risultava sempre al primo posto con percentuale che nessuna altra città al mondo (almeno in quello libero) può vantare: per anni chi faceva almeno un’attività sportiva una volta a settimana raggiungeva il 73 per cento. 

È stato anche per questo che l’amministrazione di Tabor ha deciso di dotarsi di un centro sportivo multidisciplinare, il Komora Sports Complex, che riunisse tutte le discipline sportive. Un complesso enorme, che c’è gente da tutta la Repubblica ceca che passa a visitarlo. E che ha permesso di migliorare ancora la percentuale della popolazione attiva, ora salita all’84 per cento. 

Domenica 4 febbraio il Komora Sports Complex di Tabor, durante i Mondiali di ciclocross 2024, ha l’onore di essere testimone diretto delle ultime pedalate con un numero sulla schiena di Zdenek Stybar.

E lì a Tabor, e più in generale in tutta la Repubblica Ceca, non sarà un giorno qualsiasi. Per il semplice motivo che lì a Tabor, e più in generale in tutta la Repubblica Ceca – e forse, chissà, anche altrove, ovunque la bicicletta sia amata e il ciclismo seguito – Zdenek Stybar non è stato un corridore qualsiasi. 

Il giorno dell’addio di Zdenek Stybar al ciclismo su strada, Sport – il principale quotidiano sportivo ceco – scriveva che “Zdenek Stybar è stato uno di quegli sportivi più che generazionali, al pari di Petr Cech, Karel Poborsky, Martin Straka, che hanno segnato un’epoca (anche se non sono riusciti a fare la Storia come Jaromír Jágr)”, ossia uno di quegli sportivo capaci di segnare un prima e un dopo il loro passaggio nel mondo dello sport, del ciclismo in questo caso. 

Perché in Repubblica ceca, nel ciclocross e nel ciclismo, esiste un prima e un dopo Zdenek Stybar. 

È sempre piaciuto molto il ciclocross in Repubblica Ceca. Il paese ospita una tappa della Coppa del mondo di ciclocross dal 1995, prima a Praga, poi a Tabor dal 1998. Piaceva quando c’era ancora la cortina come a quasi tutto il blocco sovietico, è continuato a piacere dopo che l’Urss è caduta.

Ma se a Jaroslav Antoš i cechi hanno voluto bene, a Vojtěch Červínek pure, Jiří Pospíšil, il più vincente ciclocrossista ceco, è stato apprezzatissimo, Zdenek Stybar è stato amato. E non solo per i due Mondiali U23 e i tre Mondiali Elite vinti, per aver riunito in un anno Coppa del mondo, Mondiali e Superprestige (dovrebbe spiegare al capo dell’Uci David Lappartient che ancora non ha ben chiaro cosa sia il ciclocross). “Perché Stybi è stato il campione capace di portarci fuori dai confini, che ha dimostrato a tutti che in Repubblica ceca si pedalava forte”, scriveva Sport. E soprattutto capace “di gettare un ponte tra Praga e l’Europa ben più di qualsiasi altro corridore, e forse sportivo, che lo ha preceduto”. Perché “Stybi è il campione della porta accanto, quello che ha sempre un sorriso pronto e le buone maniere, sceso di sella, del signore. Viene naturale tifare un uomo così”. 

Zdenek Stybar ha attraversato una dozzina abbondante di anni di ciclismo, ha vinto diciotto corse su strada, la Strade Bianche, una tappa al Tour de France e una alla Vuelta, l’Omloop Het Nieuwsblad e l’E3. E le ha vinte per volontà e ostinazione, perché veloce ma non velocista, perché scattante ma non scattista, perché capace di reggere gli strappi senza essere però uno da salite. Lui sempre con un sorriso bucato, perse gli incisivi in una terribile caduta sul rettilineo d’arrivo della quarta tappa dell’Eneco Tour 2014, anche quando faceva una fatica bestia.

Lui che incontrò le pietre del Nord per caso un giorno del 2013, al terzo anno nella banda di Patrick Lefevere, e disse a fine corsa: “Che figata pazzesca, non mi sono mai divertito così tanto”. Lui che finì due volte secondo la Parigi-Roubaix e disse “peccato, ma sempre meglio così che giù dal podio”.


Il podio della Parigi-Roubaix del 2017 – foto di Pauline Ballet per A.S.O.

Lui che alle vittorie personali potrebbe fregiarsi di almeno un altro centinaio di successi altrui che è ha costruito tirando e faticando avanti al gruppo, senza mai chiedere nulla, con la sola convinzione che “è giusto fare così, il ciclismo è uno sport d’aiuto, non esiste il do ut des, si dà e basta, poi si festeggia assieme”. E che “ho sempre apprezzato il lavoro di squadra, i grandi successi che abbiamo ottenuto insieme, alla Roubaix come alla Sanremo, con il team, come costruirli, lavorarci tutti insieme. Era il Wolfpack e penso che probabilmente resterà per sempre il ricordo più bello“, ha detto a Gabriele Gentili di Bici.pro.

Zdenek Stybar che si è trasferito in Belgio presto e che in Belgio è considerato belga. E che nei Paesi Bassi se ne fregano che i belgi lo considerino uno di loro e lo acclamano lo stesso. 

Zdenek Stybar che ancora non si rende conto che a Tabor finirà davvero la sua avventura nel ciclismo professionistico: “Sono troppo occupato a preparare il Mondiale, a cercarlo di correrlo il meglio possibile per rendermi conto davvero che è la fine. Penso che la botta verrà dopo”, ha confidato a Cyclingnews

Quando Zdenek Stybar scenderà di bicicletta al termine del Mondiale di ciclocross e si guarderà indietro, perché va sempre a finire così, potrà dire, e noi con lui, che è stato un bel viaggio e che ne è valsa la pena. 

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