Un’illusione in bicicletta per le strade di Roma
01/07/2025Il racconto di un’illusione mattiniera pedalando in bicicletta per le strade di Roma e appena fuori la capitale
Bruuuum. Sgrigggghhh. Cloppp.
Non erano risuonati ancora i sei rintocchi. I sei rintocchi del mattino. Non ci sono mai i sei rintocchi del mattino. Dicono che disturbino. Quindi non si fanno più. Strana cosa. I sei rintocchi del mattino disturbano, le motociclette invece no. Eppure oggi a farmi svegliare è stato il rombo di una moto, una di quelle che scoppiano tipo le Harley.
E dopo il rombo, lo stridio di ruote e freni. Nessun incidente però. I freni hanno fatto il loro. Invece del botto solo le urla. “Aho, ma che cazzo fai? ‘Ndo te credi d’esse’ a Indianapolis?”.
Nessuna risposta.
La sveglia non era suonata. E non sarebbe suonata a breve. Ho provato a riaddormentarmi. Non c’è stato verso. Erano le sei. Una sosta in bagno. Un po’ d’acqua sul viso, giusto per togliere il residuo di sonno dagli occhi. Pantaloncini e maglietta, calzini e scarpini.
Sono salito in sella.
Roma era dormiente. Qualcuno era già in strada, qualche finestra era già aperta, la maggior parte delle imposte era chiuse. La città degli scuroni spalancati è finita o quasi quando sulle facciate dei palazzi hanno iniziato a moltiplicarsi i motori dei condizionatori.
Per le strade c’era una quiete che poche volte ho visto a Roma a luglio. Sembrava quella agostana, ma quand’è agosto è tutta un’altra storia, un’altra città. A luglio no, non l’ho mai vista.
Sul Lungotevere si sentivano gli uccellini cinguettare. Due signore in maglia tecnica e fuseaux camminavano di buona lena chiacchierando di qualcosa che non sono riuscito ad ascoltare. Un cane portava a spasso un uomo che avrebbe preferito fare tutt’altro. Il cane sbuffava, l’uomo sbuffava, sembravano due tizi d’osteria che mal si sopportano ma che per il bicchiere sono disposti a sacrificare tanto se non tutto.
Giù, sotto la città, in quella pista ciclabile che lambisce l’acqua del Tevere, per centinaia e centinaia di metri sacrificata in nome di serate fintamente divertenti, fintamente esperenziali o come diavolo le chiamano di questi tempi. Banchina occupata da baretti che fanno pagare un sacco cocktail scadenti, odore di olio attempato da troppe fritture, olezzi di vomito e piscio. E uomini e donne del secolo scorso che camminano veloce perché il movimento fa bene.
Poi spariscono i baretti e le bancarelle, le presenze umane si diradano, il cinguettio degli uccellini torna ad essere colonna sonora. Una lontra passeggia sul bordo della banchina. Un signore a poca distanza prepara la canna da pesca seduto su di uno sgabello pieghevole, guarda la lontra alla maniera di chi guarda una persona che conosce, ma non così bene da attaccare bottone.
Anche emerso da sotto la città, il movimento è minimo. Certo passa qualche automobilista a bordo della sua cassa di acciaio, ma nessuno sembra avere fretta. Sembra che la fretta non sia cosa da quell’ora del giorno.
Verrebbe voglia di amare Roma, di abbracciarla tutta, di preservarla così. Ci sono momenti nei quali ti fa dimenticare tutte le cose che non vanno, tutte le complicanze che ti porta aggratis nella vita.
I rumori della città quasi spariti. I suoni della natura, di quelli che non senti quasi mai, che ti riabitui a sentire quando da Roma te ne vai per raggiungere qualche posto, qualunque posto, meno antropizzato.
Il suono ovattato del rotolio delle gomme sull’asfalto. Quello secco della catena che sale su un pignone e poi, chilometri dopo, scendere su un altro. Quello del respiro, quello che intuisci sempre, ma non sempre riesci a sentire. E poi il suono dello scorrere nell’aria delle altre biciclette che animavano Roma.
In tutto questo l’attenzione scende dai livelli di allerta, i tuoi occhi riescono a mettere a fuoco luoghi che sono sempre stati lì, ma che non sempre, anzi quasi mai, hanno colto. E le orecchie si accorgono del belare delle pecore, delle bestemmie dei pastori, del fischiettare di un tipo che corre venendoti incontro.
L’odore di bruciato invade le narici su via della Giustiniana. Il nero dell’erba bruciata lascia intravedere i residui della civiltà: bottiglie di Peroni annerite, un piatto, cocci di ceramica, un tubo di quelli buoni per innaffiare mezzo sciolto. Un busto di manichino. Cosa ci fa un busto di manichino a bordo di una strada appena fuori dal Grande raccordo anulare è qualcosa di misterioso. La mente prova a vagare tra ipotesi e congetture. Immagina il passato di quel manichino, smembrato e distribuito chissà dove. E se fosse una caccia al tesoro? Difficile.
Due automobili mi passano a fianco. Ma abbastanza distanti e ad andatura lenta. Non sempre va così. Anzi quasi mai va così. Di solito se pedali una bicicletta sei un ingombro e un fastidio. Ma forse non alle sette di mattina. Forse alle sette di mattina gira solo gente che non ti considera un ingombro e un fastidio. E quasi ti viene in mente che in questi anni sei stato troppo prevenuto contro gli automobilisti. Ti viene il dubbio di aver esagerato.
Le gambe giravano bene. Pure troppo. I pedali si muovevano senza troppa fatica nonostante la strada fosse in salita e il sole iniziasse a farsi sentire sulla pelle, soprattutto sulla testa, creando gocce di sudore lì dove prima non c’erano.
Le otto scoccavanno. Via della Giustiniana era quasi alla fine. La Cassia appariva all’orizzone. Poi la Trionfale.
E tutto scomparve. Tutto quello che c’era prima almeno. Tutti i rumori della natura, tutta la tranquillità che per qualche momento avevo immaginato potessero continuare. Roma tornava a essere quella di sempre, di tutti i giorni.
Strombazzate di clacson, urla, rombi di motore, rumore di freni. Un uomo inveiva contro un altro tizio reo di voler attraversare la strada. Una donna inveiva contro una Panda 4×4 che non le aveva lasciato lo spazio per immettersi nella Trionfale nonostante fosse in una fila quasi immobile.
Era stata un’illusione. Una strana illusione a cui avevo voluto credere.
Un uomo in un furgoncino tirava fuori la testa dal finestrino aperto e mi diceva che non dovevo stare in strada, che ero un ingombro, che è colpa mia e di quelli come me che usano le biciclette se Roma non scorre, se si passano ore in coda. Avrei voluto spiegargli che non è così. Avrei voluto dirgli che ho lo stesso suo diritto di muovermi.
Non ho detto niente.
Non c’è niente di peggio del risveglio da un’illusione.

