L’apparizione della bmx

L’apparizione della bmx

30/07/2024 0 Di Giovanni Battistuzzi

Chi ha vissuto la propria èra pioneristica della bicicletta sul finire degli anni Ottanta, assistette al trasformazione dei matusa dall’essere vestiti ciucciati in lana all’essere vestiti ciucciati in lycra. Con tanto di enorme peggioramento olfattivo al loro avvicinamento.

Erano anni quelli di biciclette dai telai dai tubi sottili e dal suono cristallino. Se malauguratamente dall’asfalto saltava un sassolino e colpiva il telaio veniva fuori un pliiiin acuto e precisissimo. Quale nota fosse non ne ho idea, ho sempre avuto l’orecchio assoluto al contrario. Quel pliiiin però lo ricordo ancora e ritorna regolarmente ogni volta che torno all’Eroica.

Erano quegli anni nei quali le mountain bike si moltiplicavano e quasi sempre in colori sgargiantissimi. E te le ritrovavi scendere ardite e senza ammortizzazione giù per sentieri che un tempo erano buoni solo per cogliere erbette, asparagi selvatici, more a seconda della stagione. Tanto che ricordo di un dibattito surreale da sindaco del mio paese, ovviamente democristiano, che lanciava messaggi a vecchi e meno vecchi di stare accorti. L’eversione a pedali di quei rivoltosi e invasori degli spazi altri era pericolosissima. Leghismo in purezza ante litteram. E poco importa se per parchi e boschi nessuno si fece mai male. Non andò così sulle strade già piene di macchine e nei parchi pieni di tossici.

Erano quelli anni nei quali le biciclette erano fedeli alla linea, la loro. Le biciclette da corsa erano pedalate sulle strade, quelle da vecchi un po’ sulle strade e un po’ sui marciapiede, quando non erano appoggiate al muro dell’osteria, le mountain bike per campi e boschi. Nessuna osava uscire dal loro territorio di appartenenza. C’erano mica le gravel che stanno un po’ ovunque o quelle vintage che si fanno gli sterri. Esisteva nemmeno il vintage. Se una cosa aveva anni di onorato servizio era semplicemente vecchia. Come i vecchi che stavano al bar dei vecchi e che nessuno si sognava di dover chiamare anziani o non più giovani.

E infine c’erano le saltafoss. Che facevano storia a loro, ed erano buone solo per fare lo sborone al campetto della chiesa. Erano bellissime le saltafoss. Tamarre con le loro selle lunghe, a volte con le frange – ma solo per chi si credeva a stelle e strisce –, e il cambio sul cannone del telaio.

Poi apparvero loro. Le bmx. Che sostituirono nel nostro immaginario pionieristico le saltafoss.

Le bmx erano biciclette per avanguardisti. Per veri rivoluzionari del pedale. Le bmx erano tutto quello che i matusa ciclistici non capivano. Poco male che fossero uscite negli anni Sessanta e nessuno se le filò granché sino ad allora.

Con le bmx si potevano fare un sacco di cose. Tipo salti, evoluzioni, saltelli e giravolte, impennate lunghissime e derapate a effetto.

Due cose non mi sono mai state chiare. La prima è perché io queste cose non sono mai riuscito a farle. La seconda è perché questo mezzo tanto rivoluzionario mi fu regalato da un familiare. Non ho idea di chi fosse.

Penso alla mia bmx, ogni volta che vedo le bmx in tivù (tipo in questi giorni alle Olimpiadi, o quando le passano su Eurosport).

E ogni volta che le vedo mi viene male a pensare a quanto ero impedito a fare i trick e a quanta fatica si faceva a pedalare sulle bmx. Che a me di fare il rivoluzionario non m’è mai interessato granché. A me piaceva girare e vedere cose pedalando. Che la rivoluzione la si facesse o meno non mi fregava nulla, mi bastava pedalare.

Qualche mese fa ho visto in un parco a Garbatella quattro sbarbati su altrettante bmx fare trick strepitosi che mi sono pure fermato a guardarli perché ci sapevano fare. Avranno avuto sedici-diciassette anni. Accanto a loro, a guardare loro c’erano altre persone, credo amici. E tra loro un sacco di ragazze che li guardavano con ammirazione e trasporto.

In quel momento ho inveito contro i tempi. Ma solo un attimo, poi mi sono sentito meglio, anzi bene.

Perché, bmx o meno, trick o meno, quando ero io loro, ti filava nessuna ragazza se c’avevi la bici. Non ti calcolavano proprio. Ora sì. E forse è un bene. E forse vuol dire che c’è un bel futuro per chi continua, ormai non più pioniere, a muoversi pedalando.