Fuga dal Giro d’Italia, le biciclette di Guareschi
22/05/2025Il Giro d’Italia 2025 passa per le terre di Giovannino Guareschi, lì dove trovò ispirazione per il suo “Mondo piccolo”
Fu mentre pedalava da Parma a Fontanelle di Roccabianca, per tornare a casa dal convitto dove studiava, che lo vide. Anzi, lo intravide. La tunica svolazzante, polpaccioni da corridore, busto inclinato in avanti alla maniera di Girardengo nonostante fosse seduto sul sellino di una bicicletta da donna, di quelle col cannone piegato.
Provò a seguirlo. Non ci fu niente da fare. Quell’immagine svanì nel vento del suo passaggio.
Giovannino Guareschi fantasticò molto su quel prete che spingeva sui pedali alla maniera del Campionissimo, di Giovanni Brunero, di Gaetano Belloni. Lo cercò per anni sulle strade della Bassa per complimentarsi con lui, ma non lo rivide più. Di lui ricordava solo i polpacci che aveva visto spuntare da sotto la tunica. Solo quelli. Polpacci da corridore.
Chissà se Giovannino Guareschi passò per Sorbolo (di lì il Giro ci passa nella dodicesima tappa) in quegli anni, i primi anni Venti del Novecento. Lì avrebbe trovato don Giovanni Soldan, uno che al Giro del Polesine del 1914 fu battuto solo da Lauro Bordin, all’epoca corridore della Bianchi. Mentre lui era solo un amatore alla ricerca di un posto nel ciclismo. Non ci riuscì. Fu spedito al fronte, ebbe la fortuna di tornare a casa tutto d’un pezzo e con una medaglia al valore. Per trovare un senso a quello che aveva visto entrò in seminario. Fu mandato a Sorbolo per qualche anno, prima di ritornare nel trevigiano.
Giovannino Guareschi non era però granché interessato al ciclismo. A lui interessavano le biciclette, quelle di tutti i giorni, non quelle da corsa. Soprattutto le vite di chi su di una bicicletta pedalava.
Scriveva Giovannino Guareschi che “la vera bicicletta deve pesare almeno trenta chili”. E che doveva essere “scrostata della vernice in modo da conservarne soltanto qualche traccia. La vera bicicletta, tanto per incominciare, deve avere un solo pedale. E dell’altro pedale deve essere rimasto soltanto il perno che, levigato dalla suola della scarpa, luccica meravigliosamente ed è l’unica cosa luccicante di tutto il complesso. Il manubrio, privo di manopole, non deve essere stupidamente perpendicolare al piano della ruota, ma essere spostato a destra o a sinistra di almeno dodici gradi.
La vera bicicletta non ha parafango posteriore: ha soltanto quello anteriore in fondo al quale deve penzolare un buon pezzo di pneumatico d’automobile, preferibilmente di gomma rossa, per evitare gli spruzzi. Può avere anche il parafango posteriore qualora dia fastidio al ciclista la striscia di fango che si viene a formare sulla sua schiena quando piove. In questo caso, però, il parafango deve essere inclinato un bel pezzo in modo da permettere al ciclista la frenata all’americana che consiste appunto nel bloccare, con la pressione del fondo dei pantaloni, la ruota posteriore.
La vera bicicletta, quella che popola le strade della Bassa, non ha freno e i suoi copertoni devono essere debitamente sbudellati indi tamponati con trance di vecchie gomme, in modo da creare nel tubo pneumatico quei rigonfiamenti che poi permettono alla ruota di assumere uno spiritoso movimento sussultorio”.
Allora sì che “la bicicletta fa veramente parte integrante del paesaggio e non dà neppure lontanamente l’idea che essa possa servire a dare spettacolo: come appunto succede con le biciclette da corsa che rispetto alle vere biciclette, sarebbero come le ballerinette da quattro soldi nei confronti delle brave e sostanziose donne di casa”.
Erano quelle le biciclette di Giovannino Guareschi. Quelle che fece entrare nel suo “Mondo piccolo”. Su di una bicicletta spesso si muoveva don Camillo.
Un prete come don Giovanni Soldan, ma che non era don Giovanni Soldan. Fu lo stesso scrittore che in un’intervista su Napoli Libero del 4 ottobre 1956 spiegò che per il personaggio di don Camillo si ispirò alla figura del sacerdote don Torricelli, realmente esistito nella Bassa.
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