Bruno Sivilotti e il ciclismo senza confini

Bruno Sivilotti e il ciclismo senza confini

27/01/2024 1 Di Giovanni Battistuzzi

Quel giorno a Murcia, quel 28 aprile del 1966, erano passati appena pochi minuti dal termine della prima tappa della Vuelta a España. Bruno Sivilotti era ancora abbracciato a Roger de Wilde. Stavano festeggiando, lo stava ringraziando. Era consapevole che senza il suo aiuto non sarebbe mai stato in grado di giocarsi le sue carte in volata, figurarsi di vincerla, come aveva fatto. Aveva il volto felice, entusiasta al solo pensiero che a breve avrebbe vestito la maglia di capoclassifica. 

Nemmeno mezz’ora dopo, con la maglia gialla addosso, si sedette su di una sedia pieghevole con davanti Juan Plans, giornalista del Mundo Deportivo. Gli chiese un commento sulla volata, lui disse di essere felice. Poi gli domandò che corridore fosse e lui con fare sicuro rispose di essere un corridore abbastanza veloce, ma che si difendeva anche sugli strappi, anche se preferiva le tappe con poche difficoltà. Quel giorno l’aveva dimostrato, s’era tenuto dietro Bas Maliepaard e Gerben Karstens, gente forte mica corridori qualsiasi. Poi gli chiese di dove fosse. A quella domanda Bruno Sivilotti esitò. “Ehmmm”. Sospirò. “Boh”, fu la prima cosa che disse. “Un po’ argentino e un po’ italiano, ma di preciso ora non lo so”. 

A quella Vuelta infatti si era iscritto con la licenza argentina, all’anagrafe corridori risultava però italiano, mentre i documenti presentati dalla Libertas, la sua squadra erano metà argentini e metà italiani. 

Non lo sapeva davvero Bruno Sivilotti di dove fosse. 

Era pure difficile saperlo per uno come Bruno Sivilotti. Perché è vero che era friulano per nascita e stirpe. A San Giacomo, sotto il monte Ragogna, era nato e da San Giacomo veniva la famiglia del padre. Ma suo padre di chiamava Félix Eduardo e la prima volta che vide San Giacomo era stato nel 1936. Suo padre era nato in Argentina, a Buenos Aires, nel quartiere degli italiani perché i suoi nonni erano italiani, un po’ di San Giacomo e un po’ genovesi, e in Argentina c’erano arrivati su una nave nel 1868. 

Fu Félix Eduardo a ritornare in Italia. Prima a Genova, poi a Torino. E da lì iniziò a girare tutta la Francia, un castello dopo l’altro. Quello faceva: restauratore di castelli. A San Giacomo c’era finito nei primi mesi del 1936, perché Bruno era in arrivo e visto che a Genova sua moglie non aveva più parenti, per lei sarebbe stato più facile crescere un figlio con i parenti del marito che da sola mentre lui se ne andava per castelli. 

Avevano comprato casa con una bella terrazza che dava sul Tagliamento e sotto una piccola osteriola con la quale sarebbero entrati due soldi in più. Un bel posto dove crescere un figlio, pensò Félix Eduardo. Peccato che arrivarono le leggi razziali e che sua moglie fosse ebrea e che lui di sparare non c’aveva la minima voglia. 

Félix Eduardo mise moglie e figlio su un transatlantico e se ne tornò in Argentina, meglio dall’altra parte del mondo che con un fucile in mano. 

Bruno Sivilotti iniziò a correre in bici in Argentina e in pochi anni si fece un nome nei velodromi. Nell’inseguimento era bravo, nella corsa a eliminazione un fenomeno e nella corsa a punti era difficile batterlo. Nella Sei giorni di Rio de Janeiro e in quella di San Paolo Severino Rigoni lo volle con sé. 

Nel 1956 vinse la Sei giorni di Buenos Aires assieme a Héctor Acosta. Due anni dopo, sempre all’Estadio Luna Park, si stavano ripetendo. E ne stavano parlando tutte le radio e i giornali perché stavano battendo pure Fausto Coppi in coppia con il grande pistard argentino Jorge Batiz. Già correre nella stessa pista con Fausto Coppi, il Campionissimo, era un sogno, figurarsi batterlo. Non ci riuscirono. Héctor Acosta cadde, si ruppe una clavicola e tanti saluti all’impresa della vita. 

Però quella Sei giorni gli fruttò qualche invito in Europa e poi nel 1961 il primo contratto da professionista alla Ghigi, con Livio Trapé e Aldo Moser. Finì terzo nel campionato italiano di mezzofondo. Nel 1962 Sante Gaiardoni lo volle alla Philco e in pista si divertirono parecchio. Fu quello l’anno della sua prima e unica Sei giorni di Milano. Era in coppia con Luli Gillen, partirono fortissimo, poi Gillen scoppiò e finirono noni. Due anni dopo nella festa che Madrid riservò a Federico Bahamontes per il terzo posto al Tour de France 1964, Bruno Sivilotti si tolse lo sfizio, in coppia con il fido compagno Francesco Tortella, di battere Bahamontes e Rudi Altig uno dei migliori seigiornisti di allora

Bruno Sivilotti era italiano ed era argentino, però non disse di essere né italiano né argentino a Juan Plans del Mundo Deportivo. “Io ora mi sento spagnolo però perché è in Spagna che ho trovato l’amore”. 

Si sposò, si trasferì a Madrid, iniziò a restaurare mobili antichi e diventò allenatore in un velodromo. 

Nel 1981 la Federazione spagnola lo chiamò per diventare responsabile della promozione del ciclismo su pista nelle scuole. Non riuscì però a rendersi utile. Morì il 27 gennaio 1982 nella sua amata Madrid. Consapevole però di aver trovato un posto nel mondo.