Le ultime pedalate in gruppo di Romain Bardet
04/06/2025 0 Di Giovanni BattistuzziRomain Bardet dirà addio al ciclismo (su strada) al termine del Giro del Delfinato, un ritiro dalle corse ma non dalla bicicletta
Romain Bardet ha davanti a sé ancora otto giorni di pedalate in gruppo. Poi, al Plateau du Mont-Cenis il 16 giugno – al termine dell’ultima tappa del Giro del Delfinato 2025 – si leverà la maglietta con il numero di gara, saluterà i colleghi, non lo vedranno più in corsa. Almeno su strada. Perché ha ancora voglia di pedalare, Romain Bardet. Dalla bicicletta non vuole scendere, “nemmeno a ottant’anni”, disse qualche anno fa, “perché quando ho dovuto stare giù di sella, e qualche volta è capitato in questi anni, ho capito che pedalando la vita è più piena, è più felice”. Pedalerà lontano dalle strade, su una bicicletta gravel. E “continuerò anche a lavorare con i corridori più giovani della squadra e ad aiutarli a raggiungere i loro obiettivi”, ha detto un anno fa.
Ancora due settimane, ancora otto tappe, ancora poco, pochissimo. Abbastanza per tentare di vincere una volta ancora. E in quella che è la sua corsa preferita, quella a cui tiene di più. “È la mia gara di casa, sono le strade su cui mi allenavo molto, quindi non potrebbe esserci un posto migliore per chiudere la mia carriera su strada. Dopodiché affronterò con entusiasmo una nuova sfida: nel gravel. Sarà una sorta di transizione per me, ma darò il massimo in alcune corse internazionali e spero di fare bene anche ai Mondiali di Nizza nel 2025″.
Romain Bardet ha attraversato il ciclismo per quasi tre lustri. Lo ha fatto con il suo sguardo curioso e timido, con i suoi modi di fare garbati, con la sua tranquilla capacità di cercare un senso alle cose, con la curiosità di chi mentre pedala non smette di riflettere, di cullare idee, di evitare di essere solo due gambe, un cuore, due polmoni sopra una bicicletta.
“Ho avuto la fortuna di pedalare tanto nella vita. Forse a volte troppo. È vero quello che dicono, che la bicicletta e il ciclismo comportano sacrifici, ma è vero anche che sono un’opportunità: di scoprire, pensare, sentire la vita dentro”. Pedalare, in fondo, è una delle vie per stare bene, se non per la felicità sicuramente per il benessere.
Romain Bardet era arrivato nel ciclismo come la metà della nouvelle vague a pedali, una speranza francese per rivedere la bandiera della Francia sventolare sul pennone più alto accanto al podio del Tour de France. È dal 1985 che i francesi aspettano, dall’ultima volta di Bernard Hinault.
Erano i primi anni Dieci ed era la metà di un pensiero pieno di speranza: lui e Thibaut Pinot, Thibaut Pinot e lui, giovani, caparbi, anime alpine. E per di più capaci di parlare. Convinsero una nazione che sarebbe arrivata una nuova stagione di grandi soddisfazioni ciclistiche.
Al Tour de l’Avenir del 2011, a La Salève, Romain Bardet aveva incantato. In montagna era zompettante e determinato. E sapeva accelerare alla maniera dei migliori grimpeur. E nei primi giri di pedale tra i professionisti aveva fatto intravedere ottime cose.
Fu un abbaglio. Entrambi diedero l’illusione di potercela fare. Thibaut Pinot settimo alla Vuelta del 2013 e sul podio, terzo, al Tour de France del 2014. Romain Bardet fu sesto in quella Grand Boucle.
Thibaut Pinot per anni alternò crisi e ritiri. Romain Bardet salì due volte sul podio del Tour de France: secondo nel 2016, terzo nel 2017.
Poi ciò che provò Pinot lo provò anche lui. Entrambi finirono schiacciati da un’ossessione nazionale. E rischiarono di finire travolti dalla gioventù che aveva iniziato a pedalare veloce. Furono loro due a resistere meglio degli altri. Nel 2019 Romain Bardet salì ancora sul podio di Parigi con la maglia a pois addosso.

È riuscito a vincere quattro tappe, l’ultima un anno fa, a Rimini, dopo una fuga delle sue, con un po’ di calcolo e parecchio coraggio. Vestì la maglia gialla, proprio quando la maglia gialla per lui non era più un’ossessione.

Disse: “Ho avuto la fortuna di essere viziato dal Tour de France. Non volevo che questa storia finisse in un fiasco”.
Ha vissuto il suo giorno in giallo. Poi è tornato la persona di sempre.
Per anni Romain Bardet dovette adeguarsi a ciò che i più pensavano di lui. Anni tutti uguali, fatti di corse per preparare il grande appuntamento stagionale, l’unico possibile: il Tour de France. Perché andava salvata la dignità ciclistica della Francia. Ed era compito suo e di Thibaut Pinot.
Romain Bardet avrebbe voluto sperimentare cose nuove, avrebbe voluto correre il Giro d’Italia, la corsa che sentiva più vicina a lui, quella che considerava più adatta alle sue caratteristiche. Voleva correre in Italia, lontano da quel clamore nazionale e nazionalistico che lui aveva sempre mal sopportato.
Riuscì a correre il Giro d’Italia soltanto nel 2021, a trentun anni.
Fosse stato per lui avrebbe fatto altre scelte.
Non si era mai sentito un salvatore, non avrebbe mai voluto avere tutta quella attenzione su di sé. Anche perché non era mai stato capace di attirare su di sé l’amore del pubblico come era riuscito a fare, sia nei momenti migliori che nelle tante sfortune, l’altra metà che gli avevano appiccicato addosso, Thibaut Pinot.
Anni fa, al Mondiale di Innsbruck, un giornalista francese, uno di quelli bravi, disse di Romain Bardet: “È troppo sensibile, troppo intelligente, troppo curioso. Per questo quando parla non smuove i sentimenti degli appassionati. Quello che dice non è mai quello che i tifosi vorrebbero sentirsi dire. Non lo capiscono. Il problema è che Romain è a un livello troppo alto, sia di analisi del reale, sia linguistico”.
La sua sensibilità e la sua intelligenza l’ha portata in giro per le corse per tredici stagioni. La utilizzerà in altre corse, in altri scenari, in altri contesti dal 17 giugno in poi, quando il ritiro dal ciclismo su strada di Romain Bardet sarà cosa fatta.


