Darren Rafferty e il richiamo della montagna

Darren Rafferty e il richiamo della montagna

24/01/2024 0 Di Giovanni Battistuzzi

Al termine della scorsa primavera, dopo l’apparizione nel grande ciclismo del talento di Ben Healy, Paul Kimmage, il primo irlandese a indossare la maglia gialla al Tour de France, aveva avvisato che Ben Healy era solo una parte della grande onda irlandese che sarebbe arrivata sul bagnasciuga del ciclismo mondiale. “Non è il solo e forse nemmeno il più forte, per quanto di talento ne abbia tantissimo”. 

Quest’anno alla EF Education – EasyPost hanno raggiunto Ben Healy due membri di quell’onda alla quale si riferiva Paul Kimmage

Il primo è Archie Ryan e di lui si parla un gran bene da anni. È un corridore abile sia nelle corse in linea che in quelle a tappe, discretamente veloce, bravo in salita. Era la grande speranza del ciclismo irlandese, per anni era considerato il corridore che poteva essere in grado di riportarlo sul podio di un grande giro. 

Poi però è apparso Darren Rafferty

Darren Rafferty ha un anno in meno di Archie Ryan ed è cresciuto piano, stagione dopo stagione, sempre in penombra. Non aveva l’etichetta del predestinato come il connazionale e amico, ma già due anni fa Martin O’Loughlin, il responsabile del Talent Team 2020 – il progetto federale di sviluppo dei giovani talenti del ciclismo irlandese – aveva detto che mai aveva visto “un esponenziale miglioramento del rendimento in un corridore” come l’aveva visto in Darren Rafferty. E questo pur mantenendo invariati i propri dati fisiologici. 

Cos’è cambiato allora? “I chilometri. È solo una questione di chilometri”, ha spiegato Koos Moerenhout, il direttore sportivo della Hagens Berman Axeon, la squadra americana diretta da Axel Merckx. “Darren ha un motore pazzesco che ha bisogno di strada per funzionare al meglio. Più pedala, più fatica, più va forte”. O meglio, “meno sente gli sforzi rispetto agli altri. L’accumulo della fatica in lui è minore, ha delle capacità eccezionali di recupero”. E questo vuol dire solo una cosa: nelle tre settimane sarà un osso duro nei prossimi anni. 

Anche perché Darren Rafferty è un corridore che non ha paura di rischiare, uno che non ci pensa due volte a far la rivolta sui pedali se lo status quo che si è imposto in corsa non gli piace. 

Al Giro della Valle d’Aosta 2023, dopo aver perso troppo per i suoi gusti nelle prime tre tappe (nella seconda e nella terza, entrambe con arrivo in salita, era comunque finito quarto e quinto), decise che al quarto giorno era giunta l’ora della rivoluzione. 

La Verrayes – Fénis era un tappone di 172,5 chilometri con 4.700 metri di dislivello divisi tra Gran premi della montagna di seconda categoria e due di prima.

A oltre 130 chilometri dall’arrivo l’irlandese accelerò portandosi dietro una decina di uomini, tra i quali il compagno di squadra Antonio Morgado. Il portoghese lavorò a lungo nelle prime salite per aumentare il distacco sul gruppo dei migliori, riuscendoci. Poi Darren Rafferty si mise in proprio. Prima tentò l’allungo solitario, poi a oltre quaranta chilometri dall’arrivo, sulla penultima salita, iniziò a fare un ritmo incredibile staccando uno a uno i suoi compagni di fuga. Non chiese un cambio, nessuno glielo diede. Quasi quaranta chilometri in testa con Mauro Brenner e Sergio Meris (gli ultimi a cedere) a ruota. L’italiano attaccò a poco più di un chilometro dall’arrivo. Rifilò poco più di un minuto all’irlandese che però aveva rivoltato il Giro della Valle d’Aosta, staccato di tre minuti e mezzo Isaac Del Toro e quattro Alexy Faure Prost e conquistato la maglia di capoclassifica. 

Una vittoria che non stupì il general manager della EF, Jonathan Vaughters. I contatti con Rafferty erano iniziati a primavera. Jonathan Vaughters aveva condotto l’irlandese nei laboratori del team per dei test fisici: “Scoprimmo che aveva un metabolismo eccezionali e incredibili valori per consumo di ossigeno e potenza”, ha detto all’Irish Time

Come era possibile allora che nonostante quei valori i risultati di inizio stagione fossero stati tutt’altro che eccezionali? La domanda alla EF se la fecero senza trovare una risposta. Poi arrivò la tappa con l’arrivo in cima al Passo dello Stelvio al Giro d’Italia U23: Darren Rafferty fu terzo.

“Capimmo che il problema non era del corridore, ma delle corse: non erano abbastanza dure per lui”. Perché quando le corse sono dure davvero ecco che Darren Rafferty si trasforma e riesce a trovare il modo di imporsi. Come era accaduto nel 2022 alla Strade Bianche di Romagna. 

Darren Rafferty vince poco e non ha uno scatto tagliente. Preferisce salire di ritmo. Lo aumenta a poco a poco, pedalata dopo pedalata sino a renderlo intollerabile per gli altri. Anche a cronometro va forte, soprattutto quando le distanze aumentano e in bicicletta si deve stare a lungo. 

Darren Rafferty è schivo, sembra distante e mai a suo agio in mezzo agli altri, anche se dicono che è un piacere stargli vicino, che è simpatico. Della bicicletta apprezza “la solitudine e la possibilità di non avere nulla di precluso in sella”. 

Ha però il dono dell’immaginazione, del volo pindarico. Soprattutto il coraggio di seguire tutto questo, di non considerarsi mai battuto a priori. 

Il suo viaggio nel ciclismo professionistico inizia in Spagna, al Trofeo Ses Salines-Felanitx. Per lui Jonathan Vaughters ha in programma un graduale inserimento. Simile a quello che ha avuto nel 2022 Ben Healy. Darren Rafferty però sogna le corse a tappe, brama le tre settimane e i tapponi di montagna. Sa che è lì che dà il meglio, sa che è a quello che non può resistere. Al richiamo delle montagne che sentiva tra le colline della Contea di Tyrone dove al massimo si arriva ai 600 metri.